Come si misura la lungimiranza. È un quesito a cui spesso rispondiamo precisando che trattasi di una virtù di pochi capaci di disegnare in anticipo un futuro senza tener conto delle evoluzioni banali del presente.

Forse, però, sarebbe bene, per comprendere davvero il concetto di “lungimiranza”, chiedersi, ad esempio, quanti anni fa la tecnologia ci ha regalato i telefonini, internet, l’alta velocità, le navi porta container da 20.000 TEU, ecc. Ebbene, scopriremmo che la lungimiranza non è una ricchezza intellettiva posseduta da preveggenti, posseduta casualmente da “santoni” della programmazione o da “futurologi” ma da persone che avevano usato ed usano un approccio davvero innovativo nell’analisi delle esigenze, delle necessità di tutti i cittadini nella variegata organizzazione socio economica. Le esigenze cioè di ampie fasce della popolazione articolate e suddivise nelle varie fasce d’età e nelle varie attività funzionali.

Quindi diventa lungimirante chi, esaminando in modo analitico e capillare questo sistema complesso e ad alta entropia, riesce a misurare le esigenze e a definire le possibili risposte; scoprendo, in molti casi, che le possibili risposte ricoprono spesso una dimensione utopica, ma la dimensione utopica è causata dal rapporto con un passato ed un presente completamente privo di riferimenti adeguati. In realtà pensare, nei primi anni settanta, ad un treno che collegasse Roma con Milano in meno di tre ore quando i cosiddetti “rapidi” ne impiegavano circa cinque ore, rendeva ogni ipotesi progettuale priva di concretezza e quindi si preferiva rimanere nel campo delle “idee” e delle “ipotesi”. Analogo discorso può farsi nel comparto delle comunicazioni; pensare negli anni sessanta (non un secolo fa) ad un collegamento punto – punto tra soggetti ubicati non in due città diverse, non in due nazioni diverse, ma in due continenti diversi, significava illudere ed illudersi di programmare un futuro possibile ma irrealizzabile.

Cosa è successo allora se oggi tutti viviamo all’interno di un sistema tecnologico così inimmaginabile: è successo che quelli che definiamo lungimiranti avevano effettuato in modo approfondito le “analisi delle esigenze”, le “analisi delle varie domande di servizi” e avevano capito che la domanda chiave era quella legata al ridimensionamento del fattore “spazio” ed alla esplosione del fattore “tempo”. Quindi non una banale intuizione, non una gratuita preveggenza, ma una ampia e motivata lettura di un assetto socio economico che necessariamente sarebbe cambiato e avrebbe trovato come comune denominatore proprio la capacità di ottimizzare al massimo la variabile “tempo”. Ogni progetto, ogni azione capace di soddisfare una simile domanda sicuramente avrebbe avuto successo; addirittura l’analisi di questa esigenza aveva chiaramente denunciato che in assenza di una vera rivoluzione tecnologica, proprio nel comparto dei collegamenti stradali e ferroviari e nelle tecniche di comunicazione, i processi economici avrebbero subito un misurabile blocco alla crescita.

Non voglio con questo ridimensionare il merito di chi ha creduto in un simile obbligato cambiamento, anzi voglio solo, ancora una volta, ribadire che in ogni fase storica possiamo essere lungimiranti non in modo casuale o perché possessori di rare virtù previsionali ma perché capaci di analizzare e capire davvero le esigenze e le tendenze evolutive di tali esigenze da parte di coloro che giornalmente partecipano nella costruzione della crescita economica del Paese. In realtà tutti potremmo essere lungimiranti nella definizione degli scenari strategici di medio e lungo periodo se affrontassimo con la massima umiltà e con una adeguata professionalità l’analisi della domanda di servizi, l’analisi dei cambiamenti che obbligatoriamente determinate fasce generazionali dovranno vivere. L’unica precauzione per gli scenari di medio e lungo periodo evitare di ricorrere all’analisi costi benefici, perché tale metodo annulla immediatamente ogni lungimiranza.

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