Perché un’area così vasta, con un rilevante patrimonio umano e con una ubicazione geografica prestigiosa, sia rimasta sempre ferma in termini di crescita.

La prima osservazione, o meglio, una prima possibile risposta è da ricercare nel fatto che abbiamo commesso un forte errore nell’approccio: non ha senso parlare di Mezzogiorno utilizzando come riferimento geografico il Sud del Paese e le isole. Forse aveva ed ha senso identificare solo due realtà regionali: la Calabria e la Sardegna. Ma questo approccio doveva essere fatto sin dall’inizio.

La questione meridionale, infatti, è stata caratterizzata da un grande errore metodologico, politico ed economico: costruire delle omogeneità tra realtà territoriali che in comune avevano solo la ubicazione geografica. A tale proposito c’è da chiedersi quale sia l’elemento che riconosce un identico stato di crisi tra la Campania e l’Abruzzo, tra il Molise e la Puglia, tra la Basilicata e la Sicilia, tra l’Abruzzo e la Sardegna. L’Unione Europea in realtà è stato il primo organismo istituzionale che ha subito riconosciuto questa anomalia procedurale denunciando subito che rimanevano all’interno del cosiddetto “Obiettivo Uno” solo quattro Regioni: Sardegna, Calabria, Molise e Basilicata e fra due anni solo Sardegna e Calabria.

Invocare invece l’intera area meridionale con all’interno sette Regioni è servito essenzialmente come strumento capace di dare rilevanza politica e, in parte, economica alla emergenza socio economica presente in alcuni ambiti circoscritti del Sud. Ma allora la povertà in Puglia, il forte tasso di emigrazione in Abruzzo e Molise, la disoccupazione e la malavita in Campania e in Sicilia erano e ancora oggi sono solo “invenzioni mediatiche” ?

Questo interrogativo impone un approfondimento ed una analisi per ogni singola realtà regionale; un approfondimento che ci farebbe scoprire subito che nelle cinque Regioni a mio avviso estranee ad uno stato di crisi (Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata) da molti anni, forse sin dal dopo guerra, la sommatoria delle potenzialità in termini di produzione era enorme ed il passaggio dalla condizione “potenziale” a quella “reale” si è rivelato sempre difficile. La causa denunciata da sempre è stata: la carenza di infrastrutture e la limitatezza degli incentivi. Due denunce che, però, si sono rivelate false. Nell’intero sistema meridionale ci sono infrastrutture superiori a quelle di aree del Nord del paese come quelle di Milano, Bologna e Torino. Per quanto concerne gli incentivi è facile verificare che in queste cinque Regioni dal 1951 al 2017 lo Stato ha trasferito risorse per oltre 280 miliardi di €.

Ed allora diventa davvero difficile capire le motivazioni della “non crescita”.

Il primo motivo, a mio avviso, va ricercato nella assenza di una politica industriale o, peggio ancora, nella presenza di una politica industriale sbagliata.

Bagnoli a Napoli, l’ILVA a Taranto, l’ISAB ad Augusta, il porto canale di Cagliari, il porto di Gioia Tauro, sono gli esempi classici di una politica e di una strategia sbagliata.

La finalità nelle scelte era legata essenzialmente alla creazione di posti di lavoro e mai alla analisi delle scelte che avrebbero dovuto produrre i posti di lavoro.

A titolo di esempio mi pongo due interrogativi:

  • Bagnoli a Napoli e l’ILVA a Taranto erano coerenti ad una politica siderurgica di dimensione addirittura internazionale ?
  • L’area industriale di Priolo – Augusta e quella industriale di Cagliari con il porto canale rispondevano ad una esigenza produttiva del Paese. In particolare il processo di raffineria e di produzione di urea ad Augusta era congeniale con un Paese che aveva obiettivi industriali sicuramente non così bassi ?

Se ci convincessimo di questi errori allora quella che chiamiamo “non crescita” non sarebbe più un mistero almeno per quella vasta area che erroneamente riteniamo omogenea e chiamiamo “Mezzogiorno”

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