Da molti anni si sta inseguendo un obiettivo davvero utopico: bonificare l’impianto siderurgico dell’ILVA di Taranto e garantire una produzione di acciaio di almeno 9 milioni di tonnellate l’anno.

Sono passati ormai quasi otto anni da quando si è deciso di avviare un processo di bonifica e di rivisitazione dell’impianto, ci sono stati tanti atti giudiziari, sono ancora in corso processi, si è fatta una gara internazionale per scegliere un nuovo gestore; dopo questo lungo ed articolato periodo, dopo questo lungo percorso procedurale si è appreso che colui che si è aggiudicata la gara, per poter rendere competitivo l’impianto siderurgico, deve necessariamente mettere in “cassa integrazione” un numero rilevante di addetti, in realtà deve ridimensionare di oltre 6.000 unità lavorative l’attuale livello occupazionale.

Questa presa d’atto ha di nuovo bloccato l’iter procedurale ed ha, al tempo stesso, visto allontanare una ipotesi di soluzione, a regime, di un nuovo impianto siderurgico, vale a dire una soluzione con almeno 12.000 addetti, con 9 milioni di tonnellate di acciaio prodotti ogni anno e, soprattutto, con un impianto rivisitato integralmente e che arrivi ad avere un tasso di inquinamento basso, anzi bassissimo.

Ritengo che questa ipotesi ottimistica non possa essere ritenuta valida da nessuno degli esperti delle strategie industriali e sia da considerarsi un atto di pura testardaggine continuare a non volere accettare che un ciclo produttivo come quello dell’acciaio, dopo un arco temporale di 50 anni e con azioni di controllo dei livelli di inquinamento limitati, necessiti necessariamente di una rivisitazione strutturale ed infrastrutturale costosissima; rivisitazione talmente costosa tale da rendere più conveniente cambiare sito e realizzare un nuovo impianto. Invece si preferisce ancora illudersi ed illudere che con una serie di interventi si sia in grado di regalare di nuovo all’area tarantina un impianto moderno.

Nessuno, preciso nessuno, ha invece accettato di seguire un itinerario alternativo, forse anch’esso utopico, anch’esso difficile, ma se non altro in grado di aprire, su questa realtà strategica della mia terra, la Puglia, delle possibilità di cambiamento geo-economico significative.

Il Ministro Calenda, meno di un mese fa, ha detto che sarebbe opportuno produrre un Piano industriale del Paese. Questo corretto convincimento dovrebbe, a mio avviso, portare ad una presa d’atto della nostra dimensione produttiva di acciaio su scala mondiale, ricordando alcuni dati relativi ai Paesi produttori, e portare a verificare se i nostri siti debbano ancora restare baluardi intoccabili. Un simile approfondimento ci farebbe anche capire quanto sia limitata la dimensione produttiva non solo del nostro Paese, ma di molti altri Paesi della Unione Europea e quanto sia irraggiungibile la dimensione produttiva di Paesi come la Cina. Riporto in modo sintetico i dati di produzione dell’acciaio nel mondo dal gennaio all’agosto 2017 : Cina 566 milioni di tonnellate, Giappone 69 milioni, India 66, USA 54, Corea del Sud 47, Russia 46, Germania 29, Turchia 24, Brasile 22 e Italia 15 milioni di tonnellate. Questi dati da soli dimostrano quanto sia distante la soglia produttiva del nostro Paese da quella della fascia orientale del mondo e quanto sia modesto il peso del nostro Paese nel mercato mondiale dell’acciaio.

Contestualmente c’è da chiedersi quale futuro, quale alternativa ci possa essere per una area strategica come quella di Taranto? Prospetto un’ipotesi, senza dubbio sconcertante, ma, ritengo, meno di quella che oggi si ci sta illudendo di poter attuare: perché non facciamo di Taranto la Singapore del Mediterraneo?

Trasformiamo questo sito, area industriale e impianto portuale, in una enorme piastra logistica franca.

Cerchiamo per un momento di analizzare alcuni dati dimensionali ed alcune caratteristiche del porto e dell’area industriale di Taranto. Il porto dispone di:

  • Banchine 8.616 metri di sviluppo di cui:
    • 1.560 nel porto commerciale;
    • 5.056 nel porto industriale;
    • 2.000 nel terminal container.
  • Pontili petroliferi 1.120 metri di sviluppo.
  • Aree operative 2.737.700 m² di cui:
    • 1.046.400 nel porto commerciale;
    • 691.300 nel porto industriale;
    • 1.000.000 nel terminal container.

Il terminal dispone di 10 gru a portale per operazioni tra nave e banchina:

La Piattaforma Logistica si estende in ambito portuale in area a ridosso del 4° Sporgente, su una superficie complessiva di circa 200.000 mq. La Piattaforma si propone come centro d’interscambio fra diverse modalità di trasporto (strada – ferro – mare) e centro di prestazione di servizi alle merci, secondo una logica di integrazione operativa e informatizzata tra i diversi soggetti in essa operanti, L’Ilva di Taranto si estende per 15 milioni di metri quadrati, più del doppio della stessa Taranto,  sviluppa al suo interno 190 chilometri di nastri trasportatori, 50 chilometri di strade e 200 chilometri di ferrovia.

Oggi a queste enormi dimensioni, a queste enormi potenzialità infrastrutturali corrisponde un dato, in termini di movimentazione, quasi inesistente.

La dimensione della piastra logistica di Singapore è di poco superiore a quella di Taranto ma, in termini di movimentazione, è sufficiente un dato: quasi 36 milioni di container nel 2016; tutti i porti messi insieme del Mediterraneo si attestano su un valore di 30 milioni di container.

Costruendo una piastra logistica analoga al porto di Singapore, non toglieremmo nulla ai porti del nostro Paese e al massimo ridimensioneremmo la crescita dei porti di Damietta, del Pireo e di Algesiraz.

È un modo per sognare un futuro impossibile per il sistema territoriale di Taranto, della Puglia e dell’intero Paese? Forse si, però un simile approccio non si innamora di itinerari perdenti in partenza, di programmi che non hanno il coraggio di ammettere che le logiche gattopardesche quali quelle finora adottate nel “sistema Taranto” producono solo danni alla crescita ed allo sviluppo della Puglia e dell’intero Paese.

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