Probabilmente pochi conoscono l’iter procedurale che caratterizza l’approvazione del progetto di un’opera infrastrutturale nel nostro Paese. Cercherò brevemente di sintetizzarlo, cosciente del poter commettere eventuali inesattezze descrittive: dopo l’istruttoria dell’organo proponente (ANAS, Ferrovie dello Stato, Amministrazione locale, ecc.), il progetto viene inviato a tutti gli organismi direttamente interessati in quanto preposti nella fase autorizzativa dell’opera (Ministero dell’Ambiente, Ministero dei Beni Culturali, Regione, Provincia, Comune, ecc.) o in quanto soggetti interferiti dall’intervento sia pubblici che privati. Il progetto definitivo, alla luce dell’ultimo Codice Appalti, viene ulteriormente esaminato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il quale ha 45 giorni per dare apposito parere. Dopo un arco temporale di sessanta giorni, deve necessariamente essere convocata la Conferenza dei Servizi e, in quella sede, vengono esaminati e presi in considerazione i pareri dei diversi organismi coinvolti, vale a dire del Ministero dell’Ambiente, del Ministero dei Beni Culturali, del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, della Regione e di tutti gli organismi direttamente coinvolti nella realizzazione dell’opera.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti assume il ruolo di catalizzatore di tutto questo articolato e lungo processo, verifica ulteriormente la completa disponibilità di tutti i pareri e di tutti gli strumenti necessari per l’inoltro al CIPE e, in particolare, controlla che sia conclusa la Verifica di Impatto Ambientale e siano decorsi i tempi di pubblicazione della proposta progettuale, che sia garantita la copertura finanziaria e, concluse tutte queste verifiche, inoltra la proposta progettuale al Dipartimento della Programmazione Economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DIPE).

Il Dipartimento della Programmazione Economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri da corso ad una ulteriore verifica ed effettua appositi approfondimenti sulla copertura finanziaria, sulla coerenza agli atti programmatici, ecc. a termine dei quali inoltra al CIPE la proposta.

Prima del CIPE viene convocato un pre CIPE a cui partecipano tutti i Sottosegretari dei Dicasteri che compongono il CIPE (undici Ministri e il Presidente Stato Regioni) ed in cui si esamina nel dettaglio la proposta progettuale e, se viene riscontrata la compiuta definizione di tutti gli atti e di tutte le fasi istruttorie, la proposta viene definitivamente inoltrata all’esame del CIPE.

Il CIPE, presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri approva il progetto e il DIPE predispone apposita Delibera di intesa con il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la inoltra alla Corte dei Conti che, dopo adeguata analisi istruttoria, la invia alla Gazzetta Ufficiale per la relativa pubblicazione.

Purtroppo questo assurdo e lungo itinerario è reale. E’ davvero un miracolo che in circa dieci anni, dal 2004 al 2014, grazie allo strumento della Legge Obiettivo. si sia riusciti ad approvare progetti per oltre 120 miliardi di € e ad avviare ad esecuzione e, in molti casi completare, opere per oltre 75 miliardi di €.

Il nuovo Codice degli Appalti ha da poco aggiunto, a questo articolato processo garantista, un ulteriore momento di verifica delle scelte, il legislatore ha ritenuto, infatti, opportuno rendere ancora più ricco di possibili vincoli e di blocchi l’iter procedurale, invocando lo strumento del “débat publique”; uno strumento ancora da definire da parte del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e che impone ulteriori quattro mesi di tempo per dare compiutezza all’intero iter.  Il Governo ed il Parlamento hanno deciso di coinvolgere, in modo ampio e diffuso tutti coloro che direttamente o indirettamente sono interessati alla realizzazione dell’opera. Questo itinerario davvero incredibile e, onestamente utile solo per evitare l’utilizzo di risorse pubbliche lasciando spazio, come abbiamo visto in questi ultimi tre anni di Governo, alle dichiarazioni programmatiche, dovrebbe essere, con la massima urgenza, rivisitato.

Ho tentato di effettuare un benchmarking su scala europea e mondiale e non ho trovato in nessun Paese percorsi così assurdi e al tempo stesso rischiosi, soprattutto perché l’arco temporale necessario per completare l’intero percorso si attesta su un valore minimo di 400 giorni e su un valore massimo di oltre quattro anni, un arco temporale che in molti casi annulla la strategicità dell’opera stessa.

Questa capillare analisi, trova un immediato attacco da parte di coloro che si ergono a difensori del territorio, di coloro che ribadiscono la peculiare caratteristica del nostro Paese: ambito territoriale unico al mondo con realtà paesaggistiche, archeologiche e architettoniche di immenso valore. Non è certo messa in dubbio una simile singolarità, anche se poi mi meraviglio come spesso, questo lungo itinerario autorizzativo, ha lo stesso consentito impatti discutibili sia in termini paesaggistici che architettonici, e non voglio certamente proporre una rivisitazione degli strumenti attuali, il mio intento è invece lanciare una proposta che persegua un solo obiettivo: evitare che questa continua rincorsa tra più sedi istituzionali, questa continua ricerca di pareri e di confronti, questo assurdo approfondimento su una proposta progettuale già abbondantemente istruita dal soggetto proponente, questa spasmodica esigenza di coinvolgere tutti i possibili futuri fruitori dell’opera per ottenere la soglia massima dei consensi, annulli nel nostro Paese la volontà di realizzare un assetto infrastrutturale efficiente. Ho detto volutamente “annulli la volontà” perché è quello che temo di più e che prenda corpo, come già sta avvenendo, la logica di fare le “piccole opere”, di fare “la manutenzione dell’esistente”, di garantire i livelli minimi della offerta infrastrutturale.

La mia proposta risolutiva: quella di creare un unico organismo preposto alla istruttoria dei progetti che per dimensione finanziaria e per dimensione strategica ricoprono un ruolo chiave per la crescita e lo sviluppo del Paese.

Questo organismo aggregherebbe tutte le competenze dei Dicasteri e nell’arco temporale di sei mesi sottoporebbe al CIPE ogni singola proposta. In tale organismo, vero laboratorio istruttorio, sarebbero presenti soggetti distaccati dai vari Dicasteri, sempre al suo interno verebbe effettuata la Verifica di Impatto Ambientale e sempre al suo interno si svolgerebbe la Conferenza dei Servizi. Evitiamo di cadere nel ridicolo il “débat publique” lasciamolo fare a quei Paesi, come la Francia, in cui non esistono itinerari così garantisti e ampiamente trasparenti come quelli presenti nel nostro Paese.

Se invece l’obiettivo è quello di “non fare”, se la finalità dominante è quella di abbandonare i progetti con rilevanza strategica elevata, se il convincimento diffuso è quello di usare le risorse pubbliche per ottenere un immediato consenso elettorale, allora rimaniamo nel letargo che abbiamo vissuto in questi ultimi tre anni; il risveglio purtroppo però sarà tragico.

2 commenti

  1. Il paese del non fare è il paese di quelli che non lavorano.
    Scrivono sul web, commentando i “fatti quotidiani” .
    Quelli degli altri, perché loro non hanno fatto nulla. Poco importa se i fatti siano veri o falsi.
    Loro odiano, votano più degli altri che lavorano e producono, ma quelli del non fare sanno farsi sentire.
    Sono caciaroni.
    Sono quelli che un tempo Hugo chiamava la jacquairie.
    Tirano i sassi e nascondono la mano!
    Ma i governi di ogni colore fanno politiche per loro.
    Quelli del non fare.
    Le leggi finanziarie sono pensate e fatte per il non fare.
    A quelli che lavorano va tolto tutto. A quelli del non fare si distribuisce a pioggia.
    Purché continuino a non fare nulla.
    Figuriamoci se chi fa politica e impresa oggi possa aver a cuore investimenti nelle infrastrutture che presuppongono nuovo lavoro nuova fatica e rischi di essere indagati per associazione a delinquere che consente ai magistrati di confiscare i patrimoni.
    D’altronde come dare loro torto.
    Il non fare assicura la circolazione della povertà e dell’ignoranza.
    Il paese del non fare è un paese di persone che fanno i turisti della povertà vagando nelle città spendendo nei b&b, nelle trattorie con i butta dentro, con il vino finto e il cibo che fa male.
    Non servono nuove infrastrutture. Servono mancie!
    L’educazione, la preparazione professionale, la competenza sono valori obsoleti nel paese del non fare.
    Questa utopia non è oggi la realtà più diffusa in Europa?

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    1. È davvero strano per i nostri Governi disegnare strategie di medio e lungo periodo Per Governi della durata media di tre anni non è pagante programmare. Il vero merito della Legge Obiettiivo è quello di aver previsto e attivato un Programma di 10 anni; per questo l’attuale Governo ha bloccato la Legge. Fa davvero paura vivere in un Paese privo di volontà strategica

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