Sole 24 Ore del 12 novembre scorso, nell’articolo “Il Consiglio di Stato contro i fermi agli investimenti”, Giorgio Santilli evidenzia la serie di azioni che nei rispettivi ruoli il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ed il Presidente del Consiglio di Stato hanno intrapreso per annullare o ridimensionare i contenziosi a valle delle gare di appalto, per ridurre la emanazione dei pareri del Consiglio di Stato, insomma per tentare di annullare un blocco che da tre anni caratterizza l’operato del Governo nel comparto delle infrastrutture.

Senza dubbio, a differenza di quanto asserito da Giorgio Santilli, il nuovo Codice non aiuta affatto lo snellimento delle procedure, ma il blocco delle infrastrutture non è legato alle lungaggini procedurali, bensì al fatto che, come più volte ripetuto: non ci sono le risorse ed è comodo per il Governo addebitare i ritardi a responsabilità inesistenti.

Sarebbe, infatti, più utile e più corretto capire perché in questi ultimi tre anni ci sono stati solo quattro o cinque CIPE quando in tutte le Legislature passate la media si aggirava tra 10 – 12 CIPE all’anno. Il motivo è solo uno: il CIPE può esaminare ed approvare proposte progettuali con reale copertura finanziaria, finite le risorse finanziarie assegnate con lo strumento della Legge Obiettivo e in presenza di un quadro finanziario legato a Leggi di Stabilità caratterizzate dalla logica della “cassa” (cioè uso delle sole risorse programmate nel triennio), tutti gli atti programmatici come, a titolo di esempio, il Contratto di Programma ANAS, il Contratto di Programma delle Ferrovie dello Stato, i Patti sottoscritti dal Presidente del Consiglio dei Ministri con le Regioni e con le Aree Metropolitane, tutti gli annunci sull’utilizzo dei Fondi PON, sui Fondi Coesione e Sviluppo, saranno attuabili e concreti solo dal 2021 in poi.

Sarei davvero felice se qualcuno prendesse in considerazione ed analizzasse questo diverso punto di vista e mi spiace che l’ANCE, la Confindustria, tutto il mondo che difende o almeno dovrebbe difendere gli interessi degli imprenditori invece non dica nulla in proposito. Potevo comprendere l’atteggiamento di doverosa sudditanza del mondo imprenditoriale nella fase in cui il Governo prometteva ed assicurava  investimenti e risorse per dare concreto avvio ad una serie di opere grandi e piccole, ma oggi, alla fine di una Legislatura e in presenza di una misurabile assenza degli impegni assunti, si continua ostinatamente a motivare il fallimento delle strategie del Governo nella infrastrutturazione del Paese a fattori esterni, esogeni alla politica, per non ammettere l’assenza di una strategia per il Paese; tutto, in realtà, per far passare il messaggio dell’”interesse comune” che, paradossalmente, apparterrebbe solo ad una parte politica, per esaltare la mediocre attività di Ministeri la cui indifferenza e la cui non azione, ha già ora ed avrà un costo sociale altissimo.

La politica del non fare ha preferito utilizzare le risorse nazionali in modo clientelare per ottenere in tempi brevi un consenso diffuso, un consenso, però che nei fatti è stato solo deludente e non per accompagnare, limitandone così la relativa monodipendenza e la conseguente fragilità di fattibilità, dei fondi europei .

Ormai è troppo tardi, siamo ormai in una fase di bilanci, di verifiche misurabili di ciò che si è fatto o meglio di ciò che si è detto e non si è fatto.

In questo difficile momento forse sarebbe opportuno che gli operatori direttamente interessati allo sblocco delle infrastrutture, come ad esempio l’ANCE o la stessa Confindustria, producessero nel breve periodo una proposta programmatica che rivisiti l’assurda logica delle risorse in conto capitale, rese disponibili solo a valle del 2021, denunciando apertamente come il mantenimento dell’attuale collocazione delle risorse porti ad una crisi dell’intero settore molto più forte e più grave di quella vissuta dal settore nel periodo 2008 – 2016; una crisi che ritengo non si fermi solo al comparto delle costruzioni, ma all’intero sistema economico del Paese.

Penso sia utile che tutti sappiamo e assumano le proprie responsabilità che, se i progetti, inseriti  nel Programma comunitario 2014 – 2020, entro il 31 dicembre 2019, non saranno supportati da veri contratti operativi, i fondi saranno inutilizzabili e le nuove regole che governano i fondi sviluppo e coesione, non permetteranno che tali fondi restino in Italia, a tale proposito è stato previsto che già altri Paesi potranno utilizzare tali risorse per realizzare infrastrutture; ricordo che dopo tre anni dall’avvio, cioè dopo la metà dell’intero periodo, quel programma è stato avviato solo parzialmente e per una minima parte e, anche in questo caso, non credo alle assicurazioni sistematiche da parte delle Istituzioni competenti. 

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