Quello che in questi giorni di campagna elettorale in un certo senso ci meraviglia è la prospettazione di programmi, di ipotesi strategiche, di impegni che hanno come comune denominatore la continuità, con ciò che ha caratterizzato i trascorsi cinque anni di legislatura, o meglio, con ciò che è stata una naturale evoluzione o involuzione di un Paese e di un sistema economico, nazionale ed internazionale, che è uscito da una crisi lunga e che sta vivendo un lento e difficile processo di crescita.

Questo approccio, purtroppo, a mio avviso, almeno per quanto concerne il sistema dei trasporti risulta errato.

In questi ultimi due – tre anni è comparso nel nostro sistema trasportistico un pianificatore, la Cina, che ha trasformato una intuizione strategica definita in un summit mondiale svoltosi a Pechino dieci anni fa in una azione concreta. L’azione strategica individuata era quella relativa al superamento di una unica modalità di trasporto nei collegamenti tra l’Asia e l’Europa; alla unica soluzione trasportistica, quella marittima, se ne aggiungeva una nuova, quella terrestre, rappresentata dalla linea ferroviaria Pechino – Amburgo. Prendeva corpo così ciò che definiamo “la Via della Seta o One Belt one Board”, e  che ha offerto ai tre grandi sistemi, europeo, africano ed asiatico, un assetto pianificatorio e programmatico che, per la prima volta, non si configura come una tipica immaginazione della intelligenza logistica.

A questo nuovo approccio, a queste nuove organizzazioni della offerta, se ne aggiunge un’ulteriore che, proprio nell’ultimo quinquennio, si va consolidando: quella del proliferare delle grandi navi portacontainer.

Questa rivoluzione concettuale, è utile ricordarlo, distrugge integralmente tutti gli sforzi, tutte le logiche che, proprio in questo ultimo quinquennio, i tre Governi che si sono succeduti hanno portato avanti, mi riferisco in particolare a ciò che viene definita come “Riforma del sistema portuale”. È scomodo accettarlo, è scomodo dirlo, ma, forse, sarà indiscutibilmente  bene, come già messo in evidenza in precedenti miei approfondimenti, puntare al rafforzamento e alla reale articolazione funzionale di due sole grandi portualità del Paese: quella dell’arco tirrenico settentrionale (Genova – Livorno) e quella dell’arco adriatico settentrionale (Venezia e Trieste). Gli altri porti potranno e dovranno conseguentemente svolgere funzioni non più dominanti per la movimentazione delle grandi navi portacontainer, non più determinanti per la movimentazione di rilevanti quantità di merci. Cagliari, Gioia Tauro, Taranto e Ravenna perdono il ruolo strategico che avevano immaginato da sempre e che un atto pianificatorio sovra nazionale ha praticamente annullato. Nessuno, infatti, pensava che la Cina decidesse di pianificare al nostro posto un terzo del mondo; la Cina, ad esempio ha identificato sei grandi HUB: Mombasa, il Pireo, Genova, Rotterdam,  Pechino e Singapore, tutti gli scambi e tutte le evoluzioni del mercato delle grandi filiere merceologiche avranno inevitabilmente come riferimento questi punti topici di una realtà che rappresenta oltre il 50% dell’economia trasportistica mondiale.

Crolla così l’articolazione in 15 sistemi di autorità portuali e contestualmente diventa urgente l’autonomia gestionale, almeno degli impianti portuali ubicati in questo nuovo assetto.

Il prossimo governo potrà anche non tener conto di queste considerazioni, tuttavia qualora sottovalutasse queste oggettive evoluzioni regalerà ad altri la gestione della crescita. Occorre davvero, compiere un atto di umiltà e cercare in tutti i modi di ammettere gli errori commessi e rileggere le possibili evoluzioni, soprattutto di una offerta portuale del nostro Mezzogiorno, che non può continuare ad essere illusa su un futuro che, purtroppo non si riuscirà mai a concretizzare. Forse questa coscienza può essere l’unica forza vincente per avviare una rivisitazione sostanziale degli impianti portuali del Mezzogiorno d’Italia e per ridare loro nuove forme organizzative, nuove ipotesi associative. Comprendo che questo nuovo modo di ragionare e queste nuove azioni non sono assolutamente facili da intraprendere, ma sicuramente  ignorare una simile realtà sarebbe assolutamente da irresponsabili.

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