IN RITARDO TUTTI MISURANO I DANNI DEL GOVERNO RENZI NELLE INFRASTRUTTURE

Chi segue le mie stanze ormai da oltre sei mesi avrà potuto leggere più volte la mia denuncia al blocco sostanziale degli investimenti, in modo particolare, nell’ultimo triennio. Una denuncia sistematica che, pur carica di ampia documentazione, non aveva mai trovato un adeguato conforto da parte delle grandi testate giornalistiche, anzi più volte si poteva riscontrare come il “Sole 24 Ore” avesse riconosciuto al Governo Renzi il merito di aver rilanciato il comparto delle infrastrutture nel nostro Paese.

Domenica 4 febbraio, finalmente, il “Corriere della Sera” ha riportato un articolo in cui Claudia Voltattorni denuncia come gli investimenti in infrastrutture siano scesi al 2% del PIL e riporta un grafico prodotto dall’ANCE (vedi Tabelle) da cui si evince che dal 2004 al 2013 il fatturato per le infrastrutture si è attestato su un importo variabile tra 6,8 miliardi e 6,3 miliardi di €, nel 2014 si è scesi ad un importo di 5,8 miliardi di €, nel 2015 a 5,1 miliardi di € e nel 2016 a 5,2 miliardi di €. La cosa più grave di ciò che si evince in questa analisi è che questi valori sono tutti relativi ad interventi relativi al Programma delle Infrastrutture Strategiche previsto dalla Legge Obiettivo e, quindi, anche le risorse attivate negli anni 2014, 2015 e 2016 costituiscono solo il trascinamento di interventi già approvati in precedenza. Non possiamo, infatti, non ricordare che grazie alla Legge Obiettivo tra il 2003 e il 2013 erano stati approvati interventi per circa 132 miliardi di € e avviati ad esecuzioni e in molti casi completati interventi per circa 75 miliardi di €. Ciò che fa e deve fare davvero paura è il tragico blocco che si è verificato negli ultimi anni. Un blocco che ha messo in crisi l’intero comparto delle costruzioni del Paese.

 

Tabella blog 76

Un blocco legato soprattutto alla carenza di risorse, una carenza leggibile sia dal numero limitato di CIPE (appena cinque negli ultimi tre anni), sia dai ritardi nel pagamento da parte delle Stazioni appaltanti, sia nella vergognosa presenza di uno strumento come il Codice degli appalti. Condizioni che, purtroppo, l’ANCE ha denunciato solo negli ultimi mesi ed in buona fede in passato ha creduto in impegni del Governo che poi si sono rivelati inesistenti. Confindustria ha seguito lo stesso comportamento ed ha preferito non essere impopolare accettando lo stanziamento annuale di circa 12 miliardi di € per l’accattivante “bonus di 80 €”, un importo di 12 miliardi di €, che ha praticamente asciugato integralmente le casse dello Stato, azzerando ogni politica mirata davvero alla crescita e allo sviluppo. Non c’è dubbio sul fatto che distribuire a pioggia risorse per incrementare le fasce meno abbienti del Paese ha una forte motivazione sociale, ma un Governo non può innamorarsi di scelte popolari a danno di comparti, come quello delle costruzioni, che sono al tempo stesso pilastri per il riassetto infrastrutturale del Paese e per la crescita diretta del Prodotto Interno Lordo.

Simili scelte “popolari” producono forse un ritorno positivo, forse un consenso nel brevissimo periodo, poi però ci si accorge non solo della miopia  di tali provvedimenti ma, addirittura, della difficoltà nel tempo di onorare un impegno che, in modo strutturale ormai vivremo in futuro e che inciderà pesantemente sulle scelte strategiche legate proprio alla infrastrutturazione organica del Paese.

Può sembrare ridondante questa mia insistenza nel voler affermare e riaffermare queste mie attente valutazioni, ma non potevo ignorare il sostegno a queste stesse da quanto detto nell’articolo di Claudia Voltattorni sul Corriere della Sera, non potevo, non posso e non potrò mai rimanere indifferente alla crisi che le nostre grandi e medie imprese di costruzione stanno vivendo e la loro fuga dall’Italia produce un solo grave risultato: rinviare, forse in modo irreversibile, la crescita.

2 commenti

  1. La realtà è che nessuno tra le forze politiche propone una crescita fondata sul lavoro generato da investimenti nelle infrastrutture e nell’edilizia.
    Le promesse demagogiche la fanno da padrone, tutti puntano a non vincere e la crescita in questo paese non è rimandata è abrogata.

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  2. Il Ministro Del Rio ha tra i suoi vanti la cosiddetta “Cura del ferro” unita ad un demagogico ritorno alle vie ordinarie dell’iter delle opere pubbliche pre-legge obiettivo. Molti giornali hanno versato litri di miele sulla nuova condotta del ministro, il tutto unito ad una falsa coscienza ambientalista. Ad un occhio attento però, che in questi casi si è fatto volutamente mancare, saltano agli occhi due pedine fondamentali mancanti dalla scacchierai: nel 2001, anno di nascita della legge obiettivo, i tempi di avviamento delle opere erano, in numerose fattispecie, estremamente dilatati per la “nuda” mancanza materiale dei progetti che in molti casi non erano reperibili nemmeno in fase preliminare ma solo come studi di fattibilità, per via dell’inerzia di chi aveva abdicato al ruolo di pianificazione del sistema, in favore dell’abituale inerzia programmatica. A questo sormontabile problema si è ovviato con le risorse economiche e con il fattore tempo, giungendo finalmente alla costruzione dello scheletro, sul quale toccava poi “montare” i muscoli. Il ministro oggi si trova ad operare con un tessuto osseo già formato o prossimo all’ultimazione, una situazione in cui è facile adagiarsi all’inconcludenza, soccombendo all’inesorabile scorrere dei giorni passati a tagliare nastri programmati da altri. Se a ciò si aggiungono poi, i ritardi nel termine dei lavori per quanto già pianificato con il solito valzer delle risorse, in sede di definizione dell’allegato infrastrutturale al Def,ci si rende conto di quanto tragico sia far adagiare il paese come una balena spiaggiata, le conseguenze ancora una volta le pagheranno le generazioni future.

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