LA CONFINDUSTRIA NEL NOSTRO PAESE È SPENTA DA MOLTI ANNI

Dai tempi in cui Direttore del Centro Studi era il Dottor Cipolletta ad oggi è passato non solo tanto tempo ma è cambiata integralmente la capacità critica, la capacità propositiva e la capacità previsionale, almeno di breve e medio periodo, di un organismo che dovrebbe svolgere un ruolo chiave nella crescita e nello sviluppo del Paese.

Tre casi in particolare mi preme evidenziare poichè testimoniamo in modo chiaro questa imperdonabile crisi.

Il primo è quello relativa alle previsioni di crescita del Paese nel triennio 2008, 2009 e 2010; se andassimo ad esaminare gli indicatori di crescita del PIL previsti, dalla Confindustria, per quelle tre annualità scopriremmo dati variabili da un minimo del 2,6% ad un massimo del 3%, dati completamente sconfessati dai fatti con soglie addirittura superiori al – 3%, al – 5%, ma la cosa ancor più grave non è da ricercarsi nell’errore legato alla stima della crescita del PIL, errore commesso da grandi e stimati istituti a ciò preposti, quanto nella sottovalutazione di alcuni dati forniti dal mondo dell’autotrasporto che aveva denunciato sin dall’autunno del 2007 l’allarme di una crisi fortissima e ciò legata al ridimensionamento delle commesse in alcuni settori come l’abbigliamento.

Il secondo è quello legato alle previsioni catastrofiche nell’eventualità in cui non fosse passata la riforma costituzionale. Non voglio assolutamente essere eccessivamente critico riportando i dati davvero ridicoli, quali quello del crollo irreversibile del PIL, ma onestamente, a distanza di un anno dal referendum, forse sarebbe stato utile leggere un atto di umiltà e una ammissione diretta, non solo del fallimento previsionale, ma anche dell’assurda logica di schieramento di un organismo come la Confindustria su una tematica, senza dubbio importante per il Paese, ma il cui risultato non poteva in alcun modo produrre catastrofi e danni economici quali quelli anticipati e divulgati con una caparbietà più consona ad uno schieramento politico.

Il terzo, infine, è quello relativo all’atteggiamento di supporto pieno alle scelte strategiche del Governo Renzi in merito alla politica delle infrastrutture. Un atteggiamento caratterizzato sia dalla piena accondiscendenza agli annunci sistematici del Presidente Renzi e del Ministro Delrio sugli investimenti e quindi sulla reale disponibilità delle risorse, sia  al riconoscimento del concreto rilancio del comparto attraverso strumenti adeguati per lo snellimento delle procedure e per la trasparenza. Non ho letto in questi quattro anni di Governo Renzi prima e Gentiloni dopo, nessuna preoccupazione da parte della Confindustria sul numero limitato di CIPE (solo 5 in quattro anni) non ho letto nessuna dichiarazione critica sulle reali disponibilità di “cassa” per le infrastrutture (appena 2 miliardi di € nel triennio 2017 – 2019), non ho letto nessuna dichiarazione forte sull’assurdo e, a mio avviso illegittimo, Codice degli Appalti, non ho letto nessun giudizio critico sul cattivo utilizzo dei Fondi Comunitari legati al Programma 2014 – 2010 (dei 47 miliardi programmati sono stati impegnati dopo tre anni dall’avvio del Programma solo 2,6 miliardi di €), escluso qualche articolo di opinione non ho visto nessun sollecito concreto nell’avanzamento di opere come il nuovo tunnel ferroviario Torino – Lione o il nuovo tunnel del Brennero, non ho visto nessuna condivisione sulla possibilità di realizzare il collegamento stabile dello Stretto. Potrei andare oltre ma questo appiattimento alle politiche del Governo purtroppo sta già dando risultati misurabili con una crisi diffusa delle nostre grandi, medie e piccole imprese di costruzione, una crisi che rischia di diventare irreversibile.

Forse la Confindustria dovrebbe ricordare che i Governi passano, le Legislature finiscono e rimane invece, come memoria storica, la coerenza dei comportamenti assunti e, purtroppo, non posso non confermare la serie di errori commessi prima esplicitati: è come se, priva di uno strumento adeguato come un Centro Studi intelligente, la Confindustria avesse spento il proprio cervello strategico e avesse preferito la facile logica dello schieramento nei confronti di chi sembra essere più forte.

Una vecchia abitudine italiana che ha prodotto sempre fallimenti e blocchi nella crescita del Paese, spiace che una simile abitudine abbia albergato, in questi anni, nella Confindustria.

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