Saranno ora elaborate tante diverse analisi, tanti approfondimenti, tante interpretazioni relative ai risultati dell’ultima verifica elettorale e sicuramente emergeranno e stanno già emergendo le motivazioni relative ai successi ed ai fallimenti dei vari schieramenti politici; sicuramente, però, sarà opportuno chiedersi i motivi della separazione netta del Paese tra due aree, quella settentrionale e quella meridionale, una separazione che purtroppo ci riporta lontano negli anni, ci riporta addirittura negli anni del dopo guerra.

Le interpretazioni, forse più immediate e più facili, sono state quelle che hanno dato vincente al Nord la proposta della “flat tax” e al sud il “reddito di cittadinanza”; sembra strano ma questa ipotesi sembra quasi offensiva infatti una simile interpretazione ci da una immagine davvero inqualificabile dei cittadini italiani. In due distinti ambiti territoriali uno con la partecipazione al PIL di oltre il 70%, l’altro con una partecipazione al PIL per il restante 30%, i cittadini italiani hanno condiviso due scelte che rispondono essenzialmente ad una esigenza di tipo finanziario: meno tasse la prima, una garanzia remunerativa fissa la seconda.

Se ci sofferma bene ad analizzare la situazione non può non saltare agli occhi come questa aggregazione compatta in due distinti blocchi non possa essere assolutamente legata alle promesse garantite da schieramenti politici in una campagna elettorale. Piuttosto la motivazione delle due macro aree andrebbe interpretata leggendo attentamente le risposte concrete in termini di infrastrutture e di servizi resi alle esigenze della popolazione del Mezzogiorno del Paese; di un Mezzogiorno che non è quello che la Unione Europea ha definito ultimamente con solo tre Regioni all’interno dell’Obiettivo Uno, ma un Mezzogiorno con circa otto Regioni: Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Molise, Abruzzo. Siamo sostanzialmente tornati al passato e stiamo assistendo ad una vera reazione sociale che rivendica un ruolo ed un operato che, soprattutto, in questi ultimi anni di Legislatura renziana si è rivelato inesistente.

In proposito saltano all’occhio alcuni esempi:

  • il progetto dell’asse ferroviario con standard da alta velocità nel tratto Messina – Palermo, opera coperta finanziariamente sin dal 2013 e poi soggetta a forme di approfondimento, cioè a ciò che viene definito “project review”, una modalità invocata durante il Governo Renzi per rinviare sine die la realizzazione di opere essenziali. Questa opera non solo aveva le coperture finanziarie ma disponeva anche di un Commissario Straordinario nominato proprio per velocizzare al massimo le procedure di avvio concreto delle opere. Allo stato c’è solo un primo bando di gara (dopo cinque anni).
  • il progetto dell’asse ferroviario con standard da alta velocità nel tratto Napoli – Bari; anche questo intervento come quello precedente è stato approvato nel 2013, è coperto finanziariamente e sono stati effettuati, dopo cinque anni solo alcune gare di appalto per un importo globale di circa 700 milioni di euro su un valore globale di circa 4 miliardi di euro. Anche in questo caso era ed è previsto un Commissario Straordinario il cui compito è quello di velocizzare l’iter realizzativo
  • l’asse stradale Olbia – Sassari, opera approvata nel 2011, in cui dei dieci lotti solo due o al massimo tre sono in fase d avanzamento accettabile
  • la lentezza negli avanzamenti esecutivi della Linea 1 e della Linea 6 della metropolitana di Napoli. In particolare per la linea 1 le opere sono state approvate nel 2013 ma siamo ancora lontani dal completamento delle opere
  • la strada statale 106 (Jonica) approvata nel 2014 per un importo di cica 1,2 miliardi di euro e rimasta ferma per essere rivisitata ed approvata nel febbraio 2018
  • la ristrutturazione funzionale della Circumetnea all’interno della città di Catania, progetto disponibile dal 2012 e dopo tante rivisitazioni appaltato solo nel 2018

Potremmo continuare nella elencazione di opere essenziali per il tessuto connettivo infrastrutturale dell’intero Mezzogiorno, purtroppo sarebbe inutile perché ormai il Mezzogiorno, in soli cinque anni, è tornato ad essere il Mezzogiorno del passato; un Mezzogiorno privo di infrastrutture efficaci ed è tornato ad essere portatore di impegni disattesi, ricco di annunci gratuiti. Un Mezzogiorno carico di fallimenti strategici come la scelta di non fare più il Ponte sullo Stretto, la scelta di non fare praticamente nulla per il centro siderurgico di Taranto (dopo sei anni siamo in attesa di decisioni e di azioni che non arrivano mai e forse non arriveranno mai), come la scelta di assistere in modo inerme alla chiusura del centro industriale di Termini Imerese.

Tutte scelte che non attuate hanno prodotto un tessuto sociale scontento e pronto a  ridisegnare le tendenze del Mezzogiorno cercando di collocarsi all’interno del Movimento che motivava un cambiamento e offriva il superamento della disoccupazione attraverso il ricorso ad un rimborso sistematico dello Stato

Meridionalisti come Pasquale Saraceno, come Tommaso Fiore, come Gabriele Pescatore, come lo stesso Menichella vivrebbero questa esplosione del Movimento 5 Stelle nel Mezzogiorno come una sconfitta storica delle politiche adottate in oltre sessanta anni proprio nella vasta area meridionale.

Ritardi ingiustificati e forse deludente convincimento dello Stato nell’attuare azioni davvero strategiche come la realizzazione del collegamento stabile sullo Stretto di Messina; infatti aver perso lo Stato il confronto con le forze contrarie al ponte viene oggi vissuto come incapacità dello stesso Stato nell’assumere decisioni.

Il ritorno indietro denunciato da una verifica elettorale non è, quindi, da ricercarsi in una promessa impossibile come “il reddito di cittadinanza” ma nella assurda attesa dei cittadini del Mezzogiorno di una organica azione dello Stato a risolvere in tempi certi emergenze sempre più patologiche, sempre più irreversibili.

Voglio sperare che sia così, mi vergognerei se invece i miei conterranei avessero creduto nella promessa del Movimento 5 Stelle sul “reddito di cittadinanza”; cioè una promessa irrealizzabile e ridicolmente falsa.

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