In quali mani ci siamo messi? Come mai il Paese ha scelto in modo così corale il Movimento 5 Stelle? È un interrogativo che non trova risposte facili e mi lascia davvero sconcertato al punto tale da dire che mai, dico mai, il Paese aveva vissuto un momento così particolare, così critico come l’attuale.

Non è il mio un atteggiamento allarmista, non è gratuito terrorismo, ma è solo una oggettiva analisi dello spessore di impreparazione che alberga in questo Movimento. Utilizzando due tecniche, o meglio, ricorrendo a due elementi chiave del dissenso generale presente nel Paese, il Movimento ha costruito uno schieramento che per dimensione spaventa.

Gli elementi chiave sono la delusione dei cittadini nei confronti delle scelte e delle azioni portate avanti dal Governo Renzi e dall’intero Partito Democratico e la esplosione inarrestabile della disoccupazione (attenuata solo dai dati altalenanti dell’ISTAT). Il consenso, quindi, è stato costruito proprio aggregando il dissenso e questo è stato, va dato atto, un processo veloce. Non ci siamo accorti infatti della preoccupante evoluzione, o meglio, involuzione in cui ci stavamo avviando. Senza dubbio i fallimenti della gestione dell’attuale senatore Matteo Renzi hanno svolto un ruolo fondamentale nel velocizzare un simile fenomeno; a tale proposito è utile ricordare alcune dei fallimenti più eclatanti:

  • l’ascesa alla Presidenza del Consiglio da parte di Renzi con una procedura non democratica
  • il ricorso a vere forme di clientelismo con la istituzione dei “bonus”
  • il referendum costituzionale gestito come fatto personale
  • le varie riforme dello Stato come quella relativa alle “Provincie”, alle “aree metropolitane”, alla “scuola”
  • gli impegni di investimento nel comparto delle infrastrutture senza una adeguata copertura finanziaria
  • l’utilizzo dei fondi comunitari (Programma 2014 – 2020) davvero inesistente: impegnato appena il 5%
  • lo strumento del jobs act con risultati deludenti
  • il G7 turistico di Taormina

Questo elenco solo parziale è certamente sufficiente per fare esplodere una opposizione incontrollabile nel Paese. Per quanto concerne poi la grave crisi occupazionale, il Movimento 5 Stelle ha immediatamente fatto ricorso alla strategia più facile: garantire la sopravvivenza. Al dramma della disoccupazione si risponde identificando le condizioni per creare lavoro non si risponde regalando la sopravvivenza, perché la sopravvivenza porta automaticamente alla morte di una intera fascia generazionale.

Appare pertanto evidente come il Movimento intenda distruggere la classe dirigente del Paese sostituendola con una classe improvvisata; questo tipo di strategia, sempre che di strategia si tratti, distrugge in poco tempo l’intero assetto socio economico del Paese, generando, purtroppo, anche forme eversive. Quando, infatti, sarà impossibile rendere operativo ciò che in modo erroneo il Movimento chiama “Reddito di Cittadinanza”, scatterà automaticamente un odio, una rischiosa opposizione da parte dei cittadini nei confronti di coloro che, sempre secondo le denunce del Movimento, non renderanno operativo un simile provvedimento. Il Movimento 5 Stelle, persistendo nel proprio modo di agire, non ammetterà mai di avere inventato uno strumento impossibile e accuserà quella parte del Parlamento che non consentirà loro di governare.

Questa lettura di un futuro vicino, di un futuro vicinissimo, mi fa paura perché preannuncia non la crisi di una fase politica del Paese, ma, addirittura, quella democratica. In un Paese civile come il nostro forse tutte le altre componenti politiche del Parlamento dovrebbero analizzare attentamente questa denuncia e cercare di evitare gratuiti accordi, gratuiti compromessi, illusori momenti di collaborazione. Mi chiedo cosa occorra per comprendere la carica di inaffidabilità del Movimento.

One comment

  1. Il nostro è oggi un avanzare verso il basso.
    Vale la pena ricordare le parole di Rene’ Daumal :

    “Non si può restare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere… A che pro, allora? Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto […] Si sale, si vede. Si ridiscende, non si vede più; ma si è visto. Esiste un’arte di dirigersi nelle regioni basse per mezzo del ricordo di quello che si è visto quando si era più in alto.
    Quando non è più possibile vedere, almeno è possibile sapere.”

    Il Monte Analogo, pp. 37-36

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