Siamo in possesso di tanti strumenti programmatici e spesso ci illudiamo di disporre di una impostazione pianificatoria capace di trasformare, in un determinato arco temporale, intuizioni  progettuali in opere compiute. Questo vale per esempio per i Contratti di Programma di Rete Ferroviaria Italiana, di ANAS, ai Programmi relativi al Fondo Coesione e Sviluppo (POR, PON, ecc.), ai Patti sottoscritti tra il Presidente del Consiglio e le Regioni e le Aree Metropolitane, vale a dire tutti gli strumenti, alcuni dei quali anche sottoposti al parere delle Commissioni competenti di Camera e Senato, che costituiscono solo “dichiarazioni di intenti”. Infatti, come più volte ricordato, mentre la famiglia delle opere supportate dal Fondo Coesione e Sviluppo hanno una chiara e identificata disponibilità finanziaria in un arco temporale ben definito (2014 – 2020), la famiglia delle opere supportate da Contratti di Programma e dai “cosiddetti” Patti sono tutte legate, in termini di disponibilità finanziaria, al Decreto Legislativo 93 del 12 maggio 2016; il Decreto che regola “per disponibilità reale di cassa” tutti gli atti programmatici, tutte le reali assegnazioni finanziarie.

Prende corpo allora una nuova proposta legata alla gestione delle risorse ed alla redazione di un quadro organico di investimenti infrastrutturali. Per il funzionamento di questa operazione andrebbero dunque identificate due distinte sedi decisionali cui delegare il processo di programmazione, pianificazione ed assegnazione delle risorse: la Conferenza Stato Regione e il CIPE. Questi due organismi istituzionali, al cui interno sarebbero presenti tutti gli attori preposti alla gestione funzionale del Paese, dovrebbero quindi disporre, per l’attuazione di un programma organico di infrastrutture,  di una soglia finanziaria fissa annuale prevista per legge (una percentuale fissa del Prodotto Interno Lordo) e dovrebbero definire due distinti quadri programmatici: uno decennale ed uno triennale. Il triennale dovrebbe a questo punto davvero riuscire a contenere le coperture e ciò, grazie al richiamato Decreto Legislativo, assicurare concretamente la copertura finanziaria. In realtà questi due organismi darebbero vita ad un organico laboratorio di programmazione, ad un organico laboratorio decisionale.

Una simile proposta non è solo formale o puramente organizzativa, ma rappresenta una vera rivoluzione nelle logiche filtranti che oggi caratterizzano l’assurdo itinerario, l’assurda storia di una proposta programmatica, la storia di una ipotesi progettuale, l’avallo di una copertura finanziaria. Ma una proposta come questa penso sia utile per far uscire allo scoperto subito tutti coloro che non la condividano, la non condivisione infatti, non può che significare e mettere in luce,  proprio la difesa di un ruolo e di una funzione che, essendo filtrante, consente al singolo Dicastero o al singolo organismo chiamato a fornire un parere o ad accettare una determinata proposta, di essere attore e decisore di scelte che nei fatti spesso non ricadono neppure all’interno delle loro stesse competenze. Senza dubbio tra i soggetti istituzionali contrari ad una simile proposta non mancherà il Ministero dell’Economia e delle Finanze; infatti, come già espresso in articoli precedenti, la previsione, fissa per legge, di una quota del Prodotto Interno Lordo destinata all’attuazione organica di un programma di infrastrutture priverebbe tale Dicastero del suo ruolo attuale di unico vero soggetto decisore di ogni, ma proprio ogni, scelta, di ogni atto programmatico. Un simile nuovo approccio metodologico invece ridurrebbe enormemente l’attuale assurdo iter che caratterizza sia la fase programmatica che quella autorizzativa dei vari interventi. Nel tavolo Conferenza Stato Regioni – CIPE verrebbero sottoposti ed approvati gli atti programmatici; nello stesso tavolo sarebbero esaminati i singoli progetti già supportati da tutti i pareri richiesti, supportati anche del parere formale e preventivo della Corte dei Conti. Verrebbero meno le assurde catene temporali che ora caratterizzano il folle iter che porta alla delibera del CIPE ed alla sua registrazione da parte della Corte dei Conti. Queste proposte fanno paura perché oggettivamente superano gli attuali vincoli assurdi posti per “non fare” o “per fare solo se …” e quindi è difficile non condividerle ed allora prende corpo un immediato processo di “gratuita democratizzazione delle scelte” attraverso il ricorso all’ultimo strumento del “dibattito pubblico”, il ricorso cioè a qualcosa che trasferisca le grandi scelte alla competenza dei potenziali fruitori della scelta stessa.

È davvero preoccupante questa involuzione concettuale dei ruoli: non si riesce, infatti, a capire come il Parlamento eletto e le componenti istituzionali come il Governo, i Dicasteri e le Regioni non siano i soggetti preposti alla programmazione ed alla attuazione dell’intero impianto pianificatorio.

È forse il mio puro pessimismo o, addirittura, sfiducia nella disponibilità di alcuni Dicasteri a comprendere questa modifica procedurale? Purtroppo non è né pessimismo, né sfiducia è solo constatazione della elevata storica reazione della macchina del nostro Stato, ed in particolare solo di alcune sue tessere, a perdere la possibilità di essere unico attore, unico decisore magari del nulla.

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