In un recente articolo pubblicato sul Sole 24 ore, l’ex Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Delrio sostiene la tesi tipica di tutti gli ex Ministri: non interrompere il lavoro fatto per evitare il peso sull’occupazione e produrre una grave stagnazione degli investimenti pubblici.  Al di là della strana ed inconcepibile memoria corta del Ministro che non ha ricordato che le risorse disponibili nel 2014 erano state assicurate dalla “criminogena” Legge Obiettivo, penso sia utile precisare quale sia stato il ruolo del Ministro Delrio proprio nel ruolo di “decisore protempore” e quali sarebbero stati i risultati a cui saremmo giunti se proprio l’ex Ministro non avesse modificato l’intero impianto programmatico.

Il programma di stabilità dell’Italia da cui si genera il Documento di Economia e Finanza che contiene il piano della spesa in infrastrutture per stimolare lo sviluppo e l’occupazione, è una sorta di decisione “preventiva” che lo Stato italiano, come tutti gli altri Paesi, liberamente tratta con l’Unione Europea; dal 2011 il fiscal compact, cioè il margine di oscillazione “concordato” della spesa pubblica per il triennio successivo e che contribuisce dall’Outlook del Paese, è uno dei vincoli di cui tenere conto proprio nella redazione del programma di stabilità e quindi del Documento di Economia e Finanza. Quanto spendere è quindi concordato con l’UE, come spendere se in investimenti o in consumi è una libera scelta del governo protempore ed il governo protempore in cui Delrio è stato prima Ministro degli Affari Regionali, poi Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed in ultimo Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha scelto i bonus fiscali per un ammontare di circa 50 miliardi di euro. Per alleggerire il “carico” politico e gli impatti che tale scelta avrebbe comportato sulla ordinaria evoluzione degli investimenti pubblici così come erano avviati, per stessa ammissione dell’ex Ministro, quel Governo ha strutturato il Fondo unico di investimenti., alimentato sia dai fondi nazionali preesistenti grazie alla Legge Obiettivo, sia dai fondi derivanti dalla nuova programmazione europea, sia dalle disponibilità esistenti dai piani programmi in corso. Da qui nasce la cifra di 300 miliardi fino al 2023: dalla sommatoria di (molte) disponibilità teoriche e (poche) disponibilità di cassa.   É questa operazione di vera e propria “finanza creativa” che fa impallidire qualunque altra operazione del genere adottata in passato, ha imposto che proprio nel Documento di Economia e Finanza non ci fosse indicato quello che per legge avrebbe dovuto essere indicato: l’investimento previsto per ogni singolo intervento articolato in quota competenza e di quota di cassa con gli anni di riferimento dell’assegnazione e della spesa.

Basterebbe questo per sottolineare l’irrilevanza  del Documento di Economia e Finanze sugli strumenti di  investimento per lo sviluppo e l’occupazione, su una certa idea di sviluppo che passa dalla creazione di lavoro, se non fosse che, proprio nell’articolo richiamato all’inizio l’ex Ministro degli Affari Regionali finge di ignorare che il recente blocco agli investimenti nelle periferie, per esempio, deriva da una sentenza della Corte Costituzionale che ha preso atto del fatto che proprio le declinazioni triennali di quel Piano non sono state concordate con la Conferenza Unificata Stato Regioni. Il dicastero delle infrastrutture diretto allora dal Ministro Delrio semplicemente non lo ha presentato, proprio perché avrebbe permesso un consumo di liquidità che proprio la scelta politica dei consumi non   poteva consentire.  E nello stesso main stream andrebbero collocati gli sforzi di project review, che sotto una definizione accattivante anche per il Movimento 5 Stelle perché preludio ad una rivisitazione delle analisi costi benefici dei progetti in corso, si sono manifestatamente dimostrati essere solo tagli di spesa, solo incertezze procedurali per effetto del nuovo Codice Appalti, solo blocchi di lavori programmati, pianificati e finanziati.

Purtroppo, come più volte ricordato in passati blog l’affermazione che “Il piano di investimenti Connettere l’Italia vale oltre 130 miliardi messi a disposizione di Comuni, Regioni, Ferrovie dello Stato e ANAS e altri attori da qui al 2033” è indifendibile, per  una serie di motivazioni:

  • l’arco temporale di programmazione al 2033, per norma di Legge contabile può contemplare solo un solo triennio;
  • la certezza delle disponibilità fino al 2033 non esiste perché non inserita in una logica di fondo alimentata annualmente da una qualunque  percentuale di PIL;
  • il piano di investimenti in materiale rotabile ferroviario parte solo dal 2009;
  • errata è la distinzione tra investimenti fuori e dentro perimetro Istat: i porti , come i comuni e gli enti locali sono nel perimetro Istat e se nei loro confronti si fosse operato per garantirne una autonomia tariffaria, forse oggi avremmo un debito pubblico

E se invece non avessimo adottato la Legge Delrio sulle autonomie locali  e si fosse garantito una vera rimozione del Patto di Stabilità interno senza ricorrere al Patto di stabilità orizzontale e senza modificare le competenze delle ex Province, forse avremmo più occupati nelle realtà locali, forse avremmo avuto più sviluppo economico. Così come avremmo un debito inferiore se una reale politica tariffaria avesse dato ad ANAS le possibilità per uscire fuori dal perimetro del debito pubblico, senza inventarsi alchimie utili solo a migliorarne il rating finanziario.

Ecco perché il Governo appena passato, di cui l’ex Ministro Delrio è stato uno degli attori chiave, sembra rappresentare, in modo inequivocabile, l’inizio purtroppo irreversibile della decadenza di un sistema e di una idea di sviluppo economico basato sugli investimenti infrastrutturali sia pubblici che privati.

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