Forse l’unico programma che non è stato neppure concepito è quello relativo alla “crescita”. Il vero cambiamento che non c’è stato e che ha prodotto il fallimento della esperienza del Governo Renzi va ricercato nella incapacità di costruire le condizioni della crescita. Non invento dati se riporto considerazioni della Banca d’Italia, che ricorda che negli anni della crisi più grave del Paese, cioè quelli che vanno dal 2007 al 2014 essere riusciti a investire risorse nel comparto delle costruzioni per oltre 108 miliardi di euro deve considerarsi un grande e, per alcuni aspetti, inimmaginabile risultato (80 miliardi supportati dalla Legge Obiettivo e 28 miliardi legati alle risorse di competenza delle grandi Aziende,  degli Enti locali e del Fondo Coesione e Sviluppo). Nell’arco di otto anni il mondo delle costruzioni ha regalato al Paese una crescita del Prodotto Interno Lordo pari a circa il 7%, quasi un punto percentuale all’anno e grazie a questa soglia la nostra recessione non è diventata irreversibile e sempre grazie a questo misurabile risultato economico siamo tornati ad esistere nel teatro della economia nazionale ed internazionale.

Questa constatazione, che viene riconosciuta da tutti gli esperti che si intendono di processi economici, si intendono di ritorni positivi delle azioni e delle scelte di chi governa, come mai non è stata invece capita e condivisa, non solo dall’attuale compagine, ma anche da quella che ha governato nella passata Legislatura? Mentre infatti la passata Legislatura ha fatto una scelta, senza dubbio vecchia, quella di ritenere più pagante il gratuito assistenzialismo e quindi la erogazione delle risorse in conto esercizio e, soprattutto aveva preferito utilizzare circa 11 miliardi di euro l’anno per pagare i famosi 80 euro, l’attuale Legislatura si è arricchita di parlamentari che sono stati eletti perché avevano promesso una strategia del cambiamento, sia il Movimento 5 Stelle che la Lega pur con programmi completamente diversi e contrapposti avevano un comune denominatore: entrambi erano convinti di costruire una linea strategica espansiva non più ingessata da ciò che per anni era stata la cultura comunitaria e cioè l’austerità. E poi tutto è finito in qualcosa completamente diverso da una terapia che, invece, avrebbe dovuto caratterizzare la crescita. Praticamente il Ministro Toninelli ha dato piena continuità alla linea del suo predecessore con un aggravante: il Ministro Delrio, quanto meno, non aveva bloccato opere in corso avviate sin dal 2014 mentre il Ministro Toninelli ha bloccato le opere relative ad interventi in corso di realizzazione e in tal modo ha compromesso già in questi primi sei mesi di Governo la crescita di una quota del Prodotto Interno Lordo. Allora c’è da chiedersi come sia possibile porre come obiettivo la crescita del PIL, nel 2019, pari all’1,5% e c’è da chiedersi dove è il cambiamento, dove è la strategia espansiva, dove è la crescita? Questo interrogativo purtroppo, fino ad ora, non ha trovato nessuna risposta e anche le critiche sollevate a scala comunitaria fino ad ora hanno trovato un Governo che ha solo paura che esploda “un provvedimento di infrazione”, che esploda lo spread, che crolli la credibilità del Paese da parte dei mercati finanziari, che non è affatto convinto del grave ed imperdonabile errore con cui hanno costruito un programma, con cui hanno aggregato, promettendo l’impossibile, il consenso. È infatti facile denunciare la criticità che vive l’attuale compagine di Governo, specialmente quando invoca una giustificazione davvero patetica come quella più volte ripetuta dagli attuali Vice Presidenti del Consiglio: “avevamo previsto per i provvedimenti relativi al “diritto di cittadinanza” e alla “abrogazione della Legge Fornero” un volano di risorse superiore a quello realmente necessario”. Questa dichiarazione, questa triste ammissione, da sola, dimostra la superficialità con cui si è costruita la manovra e, soprattutto, si comprende la incapacità di contrastare l’analisi della Commissione europea. In fondo questo puerile atteggiamento testimonia che il Paese non solo non si avvia, con la manovra all’esame del Parlamento, verso un processo di crescita ma, addirittura, verso una rischiosa recessione. Come sarebbe bello se l’attuale compagine di Governo avesse il coraggio di ammettere che quanto promesso in campagna elettorale aveva il solo scopo di raggiugere la gestione del Paese. Questa ammissione sicuramente rappresenterebbe un cambiamento sostanziale nella storia politica di questo Paese e, sembra strano, ma una simile autocritica sarebbe sicuramente mille volte meglio e più pagante delle scuse e delle giustificazioni che giornalmente vengono prese per confermare scelte in campagna elettorale bocciate e rivisitate integralmente una volta al Governo. Devo essere sincero mi spiace assistere a questa difficile crisi esistenziale della compagine giallo verde e mi spiace perché questo Paese non meritava questa preoccupante stasi.

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