Il Mezzogiorno o il Sud del Paese; un ambito territoriale caratterizzato dalle Regioni Sardegna, Sicilia, Abruzzo, Campania, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria, al cui interno gli indicatori legati al Prodotto Interno Lordo pro capite, al costo del denaro e alla disoccupazione sono diversi da quelli presenti nell’ambito geografico centro – nord del Paese. Basta leggere un solo indicatore, quello relativo al PIL pro capite per capire quanto e quale sia la distanza socio economica che caratterizza queste due macro aree del Paese: al Nord si supera la soglia di 35 mila euro pro capite, al Sud ci si ferma ad un valore pari a 16 mila euro. Tante le azioni, tanti gli interventi definiti tutti straordinari mirati a riequilibrare le condizioni socio economiche delle due realtà territoriali. Per oltre quaranta anni un apposito Istituto, la Cassa del Mezzogiorno, ha cercato di costruire condizioni di pariteticità tra i due territori realizzando essenzialmente infrastrutture e offrendo incentivi nel comparto industriale, agricolo e logistico. Senza dubbio si è evitata la completa emarginazione di un’area così vasta e così essenziale per la crescita del Paese ma, purtroppo, non si è ridimensionata quella distanza che, addirittura, sembra quasi una componente fisiologica del Sud; fisiologica perché più si è cercato di intervenire e più è scattata quasi una ritrosità diffusa dell’intero tessuto economico meridionale. In realtà volendo fare un bilancio delle cose fatte dal dopo guerra ad oggi scopriamo che il risultato più rilevante e più misurabile è stato quello relativo all’approvvigionamento idrico; un approvvigionamento di acqua potabile ed irrigua che ha veramente evitato che l’intero Mezzogiorno restasse con caratteristiche da terzo mondo; ma mi chiedo se ci sono stati momenti in cui forse eravamo vicini ad azioni, a scelte strategiche che se attuate avrebbero davvero rivisitato in modo sostanziale l’intero assetto economico del Mezzogiorno? Io ritengo che 5 sono gli interventi o mancati o gestiti male che, purtroppo, non siamo stati capaci di trasformare in occasioni di crescita:

  • Il porto canale di Cagliari
  • Il ponte sullo Stretto di Messina
  • Una Banca dell’Economia Meridionale
  • Una rete autostradale a pagamento i cui utili destinati alla infrastrutturazione nel Sud
  • Una rivisitazione del centro siderurgico di Taranto

In merito al porto canale di Cagliari è opportuno ricordare che nel lontano 1974 questo impianto era nato come unico HUB logistico di transhipment dell’intero Mediterraneo ma, cosa tipicamente italiana, contravvenendo ogni logica programmatica, contemporaneamente entrava in concorrenza il porto di Livorno. In tal modo Cagliari che poteva diventare con un anticipo di 45 anni ciò che oggi è il Pireo nel Mediterraneo, è rimasto un porto con caratteristiche transhipment molto limitate togliendo così alla Sardegna una grande occasione di rilancio.

In merito al ponte sullo Stretto di Messina cominciamo solo ora a capire quanto sia stata assurda la scelta compiuta dieci anni fa di annullare un’opera voluta non da due Regioni, non da un Paese ma dall’intera Unione Europea. Solo ora, dopo dieci anni, stiamo capendo che in tal modo abbiamo annullato la possibilità per le merci siciliane di muoversi su ferrovia, dopo dieci anni abbiamo capito quanto sia stato assurdo perdere il contributo del 20% da parte della Comunità per la realizzazione dell’opera, dopo dieci anni abbiamo capito quanto sia limitata la funzionalità dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria priva della continuità territoriale con la Sicilia, dopo dieci anni abbiamo forse capito che un intervento così incisivo in termini realizzativi ed occupazionali avrebbe davvero modificato l’assetto economico dell’intero Mezzogiorno.

In merito alla Banca è utile ricordare che una delle differenze tra il Centro Nord ed il Sud è da ricercarsi proprio nel “costo del denaro” e quindi è stato un errore non reinventare il Banco di Napoli caratterizzandolo come Banca dell’Economia Meridionale con una precisa finalità: rendere vantaggioso il credito e gestire, in modo organico, i fondi comunitari.

In merito al pagamento della rete autostradale penso sia utile fare prima una precisazione: se si ponesse il pedaggio nella costruzione e nella gestione della rete autostradale i collegamenti come Olbia – Sassari, Salerno – Reggio Calabria, l’asse 106 Jonica, la Bari – Lecce, potrebbero essere intanto una condizione per coinvolgere capitali privati nella realizzazione, nell’adeguamento e nella manutenzione della rete autostradale del Mezzogiorno. Al tempo stesso i proventi dal pedaggio potrebbero essere versati ad un Fondo Rotativo mirato proprio alla infrastrutturazione dell’intera realtà meridionale. La gratuita critica sulla incidenza del pedaggio sui residenti locali è ampiamente superabile con strumenti già utilizzati che prevedono costi più contenuti per i residenti.

In merito alla rivisitazione del centro siderurgico di Taranto ritengo si sia persa proprio ultimamente una grande occasione: trasformare questa vastissima area in un grande campus universitario per le popolazioni del Mediterraneo. Andava data una giusta risposta a due facili critiche: la perdita di circa dieci mila posti di lavoro e la perdita per il Paese di una produzione annua di 5 milioni di tonnellate di acciaio. Per i livelli occupazionali oltre il 50% avrebbe trovato occupazione nella nuova attività mentre per quanto concerne la quantità di acciaio penso che trattasi di una dimensione davvero minima nel contesto della produzione di acciaio nel mondo. I vantaggi invece sarebbero stati enormi: il recupero ambientale per la città di Taranto e di un vasto hinterland; una riqualificazione ambientale che avrebbe riguardato oltre 400 mila abitanti e, al tempo stesso, la realizzazione di un campus universitario avrebbe fatto crescere la eccellenza scientifica dell’intero Mezzogiorno.

Cinque occasioni perdute insieme a tante altre che sicuramente avrebbero contribuito alla crescita di una parte del Paese che, proprio per la serie di occasioni perse, è rimasta sempre lontano dai livelli macroeconomici del resto d’Italia. I responsabili di questi fallimenti strategici sanno benissimo che facendo crescere il Mezzogiorno si sarebbe cresciuti tutti.

3 commenti

  1. L’invidia è un mostro mitologico, divoratore delle comunità e delle identità.
    Rabbia, frustrazione, insopportazione e rigetto di chi sa, di chi ha, il tutto immerso nel rifiuto di ogni sapere, di ogni curiosità, di ogni spirito di libertà, responsabilità, emulazione, e in una brama senza senso alla caccia di un iPhone e di un paio di sneakers o di qualcosa che valga la pena di una fila notturna, di una scazzottata eventuale, di una smerdata offerta al gran teatro della maldicenza generica, pusillanime, opaca.
    “G.Ferrara”

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  2. Caro Ercole,

    Ritengo che il tuo articolo e le tue considerazioni siano pienamente condivisibili anche se sconfortanti. Purtroppo quello che emerge dalla tua analisi, e deprime, è l’enorme ritardo accumulato dal nostro Paese in decenni sulla problematica della questione meridionale. Le tue valutazioni si riferiscono strettamente al tema dello sviluppo infrastrutturale del Meridione, ma riguardano purtroppo anche altri diversi settori critici del Paese. Faccio l’esempio della Sanità , per la quale le differenze economiche, organizzative e qualitative ,sotto il profilo della performance assistenziale, sono impressionanti , determinando una qualità delle cure non paragonabile tra le Regioni del Nord e del Sud.Ne è prova tangibile il tristissimo fenomeno della migrazione sanitaria dalle strutture del Sud a quelle del Nord , migrazione che anno dopo anno si intensifica invece che ridursi.
    Per non parlare poi della qualità della formazione universitaria in buona parte delle discipline, soprattutto per la ridotta disponibilità nel Mezzogiorno di strutture e risorse e non per la preparazione dei docenti universitari. Già da tempo si parla sempre più insistentemente di possibile chiusura di alcuni Atenei al Sud, come certificato addirittura da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione , il quale ha sostenuto che alcuni atenei del Sud “sono delle zavorre e andrebbero chiusi”. Ovviamente quanto affermato da Cantone non è condivisibile da parte di chi realmente è competente in merito all’ istruzione e alla formazione universitaria, ma certamente in tale ambito il divario culturale tra nord e sud esiste e non accenna a diminuire, qualunque sia il Governo in carica.
    Concludo sottolineando infine come nell’elenco delle iniziative da sviluppare a favore del rilancio del meridione andrebbe prevista l’Istituzione , di concerto con la “Banca dell’Economia Meridionale ” , di un Ente dedicato alle procedure per l’implementazione delle iniziative finalizzate all’acquisizione e gestione degli ingenti fondi comunitari , troppo spesso non richiesti o peggio ancora non spesi, soprattutto dalle Regioni del Meridione.

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