E se decidessimo di ragionare con una rilevante carica di ingenuità e cercassimo, da ingenui del sistema economico, di capire cosa significhino i numeri che per quasi tre mesi abbiamo visto essere utilizzati e riaffermati da coloro che, in questo momento storico, sono alla guida del Paese, rimarremmo davvero preoccupati e sconcertati perché toccheremmo con mano che una simile manovra porta il Paese verso una recessione molto più lunga di quella che abbiamo vissuto dal 2008 al 2015, addirittura porta il Paese verso una crisi che rischia di diventare irreversibile.

L’approccio che tento di effettuare è molto naturale e semplice e si basa su cognizioni analitiche elementari. In particolare il deficit che l’Unione Europea ci ha consentito di sopportare è pari al 2,04% del Prodotto Interno Lordo che nel 2019 dovrebbe attestarsi secondo le previsioni più ottimistiche pari all’1% di quello del 2018; siccome il Prodotto Interno Lordo del 2018 è stato pari a circa 1.800 miliardi di euro nel 2019 con un aumento di circa l’1% avremo un PIL pari a 1.818 miliardi di euro. Quindi l’ammontare del deficit dovrebbe attestarsi su un valore pari a circa 36 miliardi di euro. La norma definita “quota 100” e quella definita “diritto di cittadinanza” assorbono globalmente per il 2019 un valore pari a circa 13,2 miliardi di euro a questo importo vanno aggiunti i 12 miliardi necessari per evitare l’aumento dell’IVA. Appare evidente che se si considera la serie di altre elargizioni previste nella manovra come 11 miliardi nei prossimi 3 anni per le infrastrutture, per l’adeguamento sismico, per le nuove tecnologie e l’efficientamento energetico e gli investimenti di 3,5 miliardi nei Comuni, si comprende quanto siano esigue per non dire inesistenti le risorse disponibili per garantire un ulteriore numero di trasferimenti clientelari previsti nella manovra stessa. Se si considera poi che per gli investimenti sono previsti in tre anni solo 11 miliardi di euro e contestualmente si prevede un blocco di risorse di circa 2,6 miliardi di euro per gli investimenti nel comparto ferroviario, ci si rende conto di quanto sia chiara la volontà del Governo a bloccare l’intero comparto delle infrastrutture. Occorre poi ricordare che, sempre nella manovra, sono previsti 114 miliardi di euro per la Sanità e ciò rende ancora più bloccata la dimensione della intera operazione finanziaria ed il rischio della carenza di coperture.

Questo quadro di esigenze, purtroppo, denuncia, in modo incontestabile, il ricorso alla norma di salvaguardia calcolata nel biennio 2020 – 2021 pari ad un valore globale di 53 miliardi di euro. Ebbene ciò che mi ha sconvolto di più sono le risposte date alla stampa da alcuni membri del Governo alla domanda “come pensate di evitare il ricorso ad una norma di salvaguardia così onerosa?”: “speriamo in una crescita del PIL, speriamo in una evoluzione positiva dei mercati”. Posso capire che in un Governo come l’attuale necessariamente il ricorso all’ottimismo sia d’obbligo, ma in una manovra finanziaria è ammesso al massimo l’ottimismo della ragione non certo l’ottimismo della speranza. Perché l’ottimismo della speranza denuncia da solo l’assenza di professionalità e di credibilità e, automaticamente, nei prossimi mesi prenderà corpo una preoccupante e sistematica verifica da parte della Unione Europea ed un rischioso comportamento dei mercati finanziari.

Ora mi chiedo come mai questa banale analisi effettuata in maniera elementare non sia stata prodotta non tanto dai Ministri dell’attuale compagine di Governo, ma dalle strutture tecnico istituzionali che supportano la coalizione; come possa essere successo che abbia vinto una forzatura così indifendibile e così modesta. Sicuramente il mantenimento degli impegni assunti in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega ha praticamente annullato ogni impostazione corretta della manovra ed ha vinto la logica del “proviamoci tanto il tempo sarà risolutore o, al massimo, ci sarà una manovra bis”; questa logica non dovrebbe però albergare in due Movimenti che da sempre hanno criticato approcci tipici del passato in cui era quasi fisiologico invocare “manovre bis”. Quello che fa paura, però, è la dimensione della obbligata “manovra bis” che questo o un prossimo Governo dovrà invocare nel mese di luglio – agosto del 2019. Una manovra bis che si attesterà su una soglia finanziaria identica ad una manovra annuale completa, cioè ad un valore di circa 35 – 40 miliardi di euro.

Forse questa previsione, che non è definibile neppure come pessimismo della ragione ma come misurabile analisi di un processo evolutivo obbligato, doveva essere denunciata dalla apprezzabile e professionale squadra di tecnici e di esperti del Ministero della Economia e delle Finanze e, a mio avviso, non è stato sufficiente la forte analisi critica formulata sulla manovra dal Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio perché Salvini e Di Maio l’hanno considerata come una nota di parte. Adesso questa arroganza del Governo purtroppo si trasformerà nel breve periodo come pesante danno alla economia del Paese e, ancora una volta, capiremo quanto sia stato miope bloccare gli investimenti nel comparto delle infrastrutture per seguire soluzioni di puro assistenzialismo che, per assurdo, rischiano di non essere neppure attuate.

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