La frase “salvo intese” viene invocata dal Governo quando non si è riusciti a raggiungere una condivisione su un determinato provvedimento.  Il Vice Presidente del Consiglio Salvini aveva assicurato l’elettorato che nella prima seduta del Consiglio dei Ministri avrebbe abrogato il Codice Appalti. Purtroppo nel primo Consiglio dei Ministri, quello dei primi giorni del mese di giugno dello scorso anno, non fu presa alcuna decisione. Poi, sistematicamente, nel mese di luglio, nel mese di agosto in un convegno con la Confindustria, nel mese di settembre nella predisposizione del Documento di Economia e Finanza, nel mese di ottobre e di novembre nella presentazione del Disegno di Legge di Stabilità 2019, nel mese di gennaio in un incontro informale con il mondo delle costruzioni, nel mese di febbraio e nella prima decade di marzo nell’incontro con il mondo delle costruzioni e con i sindacati, il Governo, o meglio la triade Conte, Salvini e Di Maio, avevano assicurato il varo di un Decreto Legge che, nei “nove mesi” di attesa, aveva mantenuto solo il possibile nome di “sblocca cantieri”. Intanto per nove mesi tutto è rimasto fermo e tutto, posso assicurarlo sin da ora, rimarrà fermo fino alla presentazione del prossimo Disegno di Legge di Stabilità. Però, siccome penso che si stia sottovalutando moltissimo l’incidenza del fattore tempo, ritengo opportuno ricordare che:

  • non si è fatto nulla per evitare di perdere le risorse comunitarie e ci si avvicina alla scadenza del 2020 con una perdita secca di oltre 35 miliardi di euro del comparto delle infrastrutture;
  • non si è dato corso a progetti approvati dal CIPE, in alcuni casi da oltre un anno, e fermi per una verifica analisi costi benefici del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; questa stasi, che sicuramente sarà superata senza alcuna modifica delle proposte progettuali in quanto come avvenuto per la Trans Adriatic Pipeline (TAP) l’Avvocatura dello Stato dimostrerà l’elevato costo del contenzioso, ha già accumulato un danno certo di oltre 300 milioni di euro;
  • non si è cercato, almeno finora, di concordare con la Cassa Depositi e Prestiti e con la Banca Europea Investimenti le modalità per garantire apposite risorse finanziarie tenuto conto che allo stato attuale non risultano reali disponibilità di “cassa”;
  • non si è in alcun modo compreso che la crescita del PIL è strettamente legata con il pagamento reale degli Stati di Avanzamento Lavori (SAL) e che la prolungata stasi delle azioni del Governo non consentirà alcuna crescita del PIL legata all’attuazione del Decreto Legge “sblocca cantieri” prima degli inizi del 2020.

Queste considerazioni non vogliono essere foriere di catastrofismi, ma da sole denunciano la assenza di responsabilità di chi da oltre nove mesi è preposto alla gestione della cosa pubblica. Siamo cioè lontani da iniziative che possano configurarsi come un crash program, cioè come una chiara volontà di porre fine a questa tragica ed inerziale china che da ormai cinque anni sta distruggendo una delle componenti chiave della nostra economia. Né ha senso che l’ANCE, la Confindustria, il Sindacato accettino ancora di partecipare a “inutili tavoli di confronto” perché è ormai evidente che il Governo utilizza solo l’unica tecnica possibile e cioè “la melina”; una melina che gli consente di mimetizzare e, addirittura, nascondere la stessa grave verità posseduta dai Governi Renzi e Gentiloni: l’assenza di risorse o meglio la preferenza nell’utilizzo delle stesse per finalità assistenziali e direi per un mantenimento anomalo del consenso elettorale. Le colpe quindi non sono delle procedure, lo ripeto ormai da cinque anni, ed è inaccettabile assistere anche a livello mediatico ancora alle sistematiche notizie: “le risorse ci sono dobbiamo snellire le procedure”, “non mancano le risorse manca la snellezza delle procedure”, “mai come ora abbiamo le risorse ma non abbiamo una burocrazia efficiente ed efficace”; potrei continuare ad elencare titoli di giornali e articoli di esperti e conoscitori del comparto, non lo faccio perché non vorrei offendere alcuni di loro che, come me, sanno che alla base il vero motivo della stasi sia legata ad una precisa volontà: la illusione di un ritorno immediato del consenso.

Ritengo strano che chi è attualmente preposto alla gestione della cosa pubblica non sappia che anche per gli investimenti infrastrutturali ci sono ritorni positivi in termini di consenso, tuttavia è inevitabile che dopo la esperienza alle politiche comunitarie di Matteo Renzi (il 41% del consenso al PD), la immediatezza del ritorno legato alle vere “regalie”, come il provvedimento relativo ad “Diritto di cittadinanza”, non ha pari.

Sono consapevole che regalare assistenzialismo produca un immediato consenso, fra poco però cominceremo a capire quanto sia stata onerosa e drammatica la chiusura di oltre 120.000 imprese o la esplosione della disoccupazione nel comparto delle costruzioni: oltre 600.000 unità lavorative. Questo Governo per quanto tempo ancora rimarrà impassibile, per quanto tempo ancora produrrà Decreti Legge con la tipica frase “salvo intese”, una frase che rinvia di almeno due settimane ogni atto concreto, poi ci saranno sessanta giorni per approvare un Decreto Legge ancora privo di coperture e con una lista di opere ancora da definire, poi l’ANAC chiederà ulteriori garanzie e così saremo arrivati al mese di settembre in cui scopriremo che, purtroppo, le norme di salvaguardia e l’Unione Europea non ci consentiranno di poter utilizzare ulteriori risorse.

Questa mia non è una ipotesi, non è una semplice previsione ma, purtroppo, sono gli eventi che, giorno dopo giorno, stiamo vivendo. Di fronte a questo assurdo comportamento, non può rimanere aperto nessun tavolo, nessun confronto perché risulta essere solo offensivo per chi ormai da anni vede annullare in modo irreversibile tutti i Piani Economici e Finanziari delle proprie aziende.

One comment

  1. Però occorre essere onesti fino in fondo e riconoscere che se le maggiori imprese nazionali di costruzioni hanno chiesto il concordato in bianco, le cause non sono quelle elencate nell’articolo ma vengono da più lontano e spesso sono interne alle imprese stesse alle quali peraltro il sistema bancario ha elargito prestiti di manica larga che le piccole e medie imprese,che costituiscono il vero tessuto economico di questo paese, neppure si sognano.
    Il problema è che, essendo le carte tutte sul tavolo, da qualsiasi punto vogliamo analizzare la situazione, arriviamo alla conclusione che l’azienda Italia è vicinissima al Concordato in bianco

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