Ricordiamoci sempre che “crescere”, dal punto di vista economico, significa aumentare le entrate derivanti dalla vendita dei prodotti in maniera superiore ai costi sostenuti per farlo. E produttività significa produrre più cose con gli stessi costi o abbattere i costi producendo le stesse cose.

Di solito preferisco non invocare la frase “io l’avevo detto” perché, a mio avviso, è un tipico atto di superbia e forse di pura arroganza, ma non posso non ricordare un mio blog del mese di marzo dal titolo “MENTRE IL COMPARTO DELLE COSTRUZIONI SI SPEGNE IL GOVERNO VARA UN DECRETO LEGGE “SALVO INTESE” in cui stigmatizzavo la grave sottovalutazione del Governo dello stato di crisi del comparto delle costruzioni (oltre 120.000 imprese fallite  e oltre 600.000 unità lavorative perse nell’ultimo decennio), una sottovalutazione esplosa proprio a valle della approvazione di un Decreto Legge “sblocca cantieri” con la frase “salvo intese”. Sempre nel blog avevo ricordato che una simile dicitura rinviava di almeno due settimane ogni atto concreto; poi, precisavo, ci vorranno sessanta giorni per approvare un Decreto Legge ancora privo di coperture e con una lista di opere ancora da definire, poi l’ANAC chiederà ulteriori garanzie e così arriveremo al mese di settembre in cui scopriremo che, purtroppo, le norme di salvaguardia e l’Unione Europea non ci consentiranno di poter utilizzare ulteriori risorse. Finora le mie previsioni si sono verificate e in questi giorni lo stesso Presidente della Repubblica ha chiesto le motivazioni dell’urgenza, in evidente contrasto con i lunghi tempi di sottoposizione del decreto “urgente” Sblocca Cantieri.

Voglio ricordare ancora una volta che questa stasi è motivata sempre dal fatto che in base al Decreto Legislativo 93 del 2016 la spesa pubblica avviene solo “per cassa” e non “per competenza” e nel rispetto di un simile vincolo nel 2019 non ci sono adeguate risorse per dare avvio a nuovi investimenti nel comparto delle infrastrutture.

Mi meraviglio, invece, che, sia il mondo della stampa, anche quello del comparto finanziario come “Il Sole 24 Ore”, o, ancora peggio, responsabili del Governo, continuino a dichiarare che “siamo in possesso di enormi risorse e la mancata spesa è legata essenzialmente a vincoli burocratici”. Mi sembra quasi di vivere un “déjà vu”, infatti il blocco per quattro anni (dal 2015 al 2018) di investimenti nel comparto delle infrastrutture aveva una sola motivazione: assicurare gli “80 euro” per l’incremento di alcune fasce salariale; una scelta che aveva praticamente utilizzato una disponibilità finanziaria annuale di oltre 10 miliardi di euro.

Da qui a settembre il quadro tendenziale di finanza pubblica potrebbe comportare un po’ di cassa solo alle opere dei commissari (100 milioni per le strade in Sicilia, 200 per i piccoli comuni, 100 per le opere ferroviarie Brescia Verona Padova), niente per nuove infrastrutture ma continuità (forse)  delle spese già impegnate; da settembre in poi l’aggiornamento del DEF scoprirà che la povertà in Italia è stata sovrastimata generando un tesoretto, definizione ingannevole per la apparente nuova liquidità ma in realtà frutto di spese non erogate. Le spese non erogate ma vincolate da una obbligazione giuridicamente vincolante, non si fermano: anzi il mancato pagamento degli stati di avanzamento lavori o semplicemente il rinvio della liquidità alle stazioni appaltanti, genera prestiti ed ulteriori interessi pagati sul debito; in questo modo i costi di infrastrutturazione perdono il beneficio della competitività, comportando la perdita di finanziamenti europei con la conseguente  non spesa della quota pubblica. In parte, e qui sta il cinismo delle responsabilità politiche, queste mancate spese, produrranno la liquidità necessaria a pagare un pò di lavori per il prossimo anno (2020) anno in cui si avvierà, sempre che si permetta l’aumento dell’IVA e non si aumentino le tasse, un minimo di pianificazione per effetto dell’entrata a regime di Investitalia presso la Presidenza dl Consiglio dei Ministri e della operatività dei commissari previsti dallo schema di decreto Sblocca Cantieri. In questo quadro di finanza pubblica lo schema di decreto modificativo del codice appalti è un pannicello caldo, un piccolo osso dato in pasto ad un settore profondamente in crisi. È evidente che “accontentare” l’ANCE o la Confindustria con l’alibi dello sviluppo economico e della crescita, nasconde solo un disperato tentativo di sopravvivenza.

Allora mi chiedo perché nascondere questa realtà anche al Presidente della Repubblica, perché non ammettere apertamente che il consenso elettorale riveste un ruolo dominante nelle scelte delle strategie del Governo, perché continuare ad incontrare la Confindustria, l’ANCE e il Sindacato assicurando itinerari ed impegni impossibili. D’altra parte mi sembra strano che io sia a conoscenza di dati che la Confindustria, l’ANCE ed il Sindacato sicuramente, con una lettura attenta delle Tabelle delle Leggi di Stabilità, sarebbero in grado di leggere e di comprendere. Cioè, scusate la mia insistenza, ma mi sembrano anche strane o addirittura discutibili le dichiarazioni del Presidente Boccia che ultimamente riteneva positive delle scelte compiute dal Governo proprio attraverso i provvedimenti in corso di inoltro alle Camere. Sia il Presidente Boccia, sia il Presidente Buia, sia il Sindacato dovrebbero, a mio avviso, rompere quel velo di ipocrisia che è diventato il comportamento tipico di soggetti istituzionali che non hanno il coraggio di raccontare davvero ed una volta per tutte che “forse nel 2020 o nel 2021 sarà possibile garantire un limitato flusso di risorse capaci di far ripartire i cantieri”. Nel frattempo è bene che tutti si sappia che le attività imprenditoriali legate al comparto delle costruzioni potranno al massimo essere interessate solo dalle limitate risorse annuali per la manutenzione. Forse di fronte ad una simile obbligata comunicazione, di fronte a questo atto di trasparenza potrebbe prendere corpo una ricerca congiunta, pubblico – privato, con la Cassa Depositi e Prestiti, con la Banca Europea degli Investimenti mirata ad ottenere delle anticipazioni finanziarie in grado di far partire di nuovo questo comparto e, al tempo stesso, completare l’assetto infrastrutturale del Paese.

Non invochiamo per “non fare”, per non spendere risorse che non si hanno, procedure come la finta analisi costi benefici o come il vero project review perché è scorretto mentire, è scorretto, soprattutto, mentire al Presidente della Repubblica.  

One comment

  1. concordo.Pochi hanno notato che il DEF propone un tasso di crescita dello 0,8% su tre anni ossia dello 0,2%-0,3% l’anno e che l’investimento pubblico passerebbe dal 2,1% del Pil nel 2018 al 2,6% nel 2021. Ossia si programma la stagnazione!

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