Tutti negli ultimi giorni del mese di aprile abbiamo potuto leggere su vari quotidiani ed in modo particolare su Il Sole 24 Ore le azioni che il Governo ha inteso intraprendere per tentare di attivare concretamente la spesa relativa alle opere previste dal Fondo Sviluppo e Coesione.

In tale informativa oltre alla inclusione del provvedimento nel Decreto Legge Crescita emerge finalmente l’assurda e paradossale notizia della limitata spesa del Fondo stesso. La notizia, infatti, nel precisare che entra in extremis nel Decreto Legge Crescita la riorganizzazione del Fondo Sviluppo e Coesione (il grande contenitore da oltre 60 miliardi per gli investimenti pubblici e il riequilibrio territoriale) denuncia una situazione ormai cronica: il Fondo ha percentuali di spesa che per il periodo 2014 – 2020 sono pari ad appena l’1,5 % delle risorse programmate (492 milioni su 32,1 miliardi) e ci si ferma a poco meno del 2% per la sottosezione rappresentata dai Patti per lo Sviluppo  (276,6 milioni su 14, 3 miliardi programmati). Con i Patti per il Sud, in particolare, in netto ritardo.

Il Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), se si considerano anche i due rifinanziamenti dell’ultima Legge di bilancio e le risorse non ancora programmate, sfiora i 64 miliardi e costituisce , insieme a quello dei fondi europei, l’altro grande polmone delle politiche di coesione. La norma che dovrebbe essere inserita nel Decreto Legge, si legge sempre nelle varie note prodotte dal Ministero del Sud,  punta a sottoporre  all’approvazione del CIPE, entro 4 mesi, un unico Piano Sviluppo e Coesione con modalità unitarie di gestione e monitoraggio per oltre 1.000 strumenti (ripeto mille strumenti). Tanti sono quelli censiti nella relazione illustrativa del Decreto Legge che cita:

  • 765 Accordi di Programma Quadro (APQ) relativi alla programmazione (2000 – 2006)
  • 188 APQ rafforzati (2007- 2013)
  • 30 programmi del PAC (Piano Azine e Coesione) 2007 – 2013
  • 11 Programmi Operativi Nazionali (PON) 2014 – 2020
  • 23 Patti per lo Sviluppo (11 Regioni e 12 patti delle Città metropolitane),
  • 20 POC (Programmi Operativi Complementari) 2014 – 2020.

Una polverizzazione e un disordine che secondo sempre il Ministero del Sud hanno pesantemente compromesso le performance di spesa. Il CIPE, inoltre, dovrà stabilire le misure per accelerare la spesa; tali misure terranno conto anche della nuova centrale progettazione di Palazzo Chigi insieme al Dipartimento Politiche di Coesione e all’Agenzia per la Coesione Territoriale. In sede di prima approssimazione il Piano conterrà gli interventi in fase più avanzata mentre le risorse che resteranno fuori verranno riprogrammate con una delibera sempre del CIPE ed andranno in particolare al finanziamento di piccole opere e manutenzioni straordinarie per strade, ferrovie, aeroporti, reti idriche, edilizia scolastica e sanitaria, contrasto al dissesto idrogeologico.

Un discorso a sé va fatto per le nuove risorse del Fondo, quelle stanziate dall’ultima Legge di bilancio per 4 miliardi fino al 2023 (800 milioni l’anno). Le proposte di assegnazione di questi ultimi fondi, prima di essere sottoposte al CIPE, devono avere un vaglio preventivo del Dipartimento Politiche di Coesione e, se entro tre anni non si dà luogo a “obbligazioni giuridicamente vincolanti” (contratti di affidamento di opere sottoscritti), le risorse decadono e non possono essere riassegnate alla stessa Amministrazione.

In cinque anni di governo Renzi – Gentiloni e in 11 mesi di governo Conte oggi ci svegliamo e ci accorgiamo di essere riusciti a spendere praticamente nulla del Fondo di Coesione e Sviluppo e di avere in realtà certezza e possibilità di spesa solo di 800 milioni di euro nel 2019. Questa mia ultima affermazione è motivata dal fatto che la serie di iniziative prima elencate potranno diventare “obbligazioni giuridicamente vincolanti” non prima di un triennio; in realtà passeranno gli anni e con il tempo finiranno, sempre se esistano davvero, anche le risorse.

Ricordo infatti che il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC), è lo strumento di finanziamento del governo italiano per le aree sottoutilizzate del Paese. Esso raccoglie risorse nazionali aggiuntive, da sommarsi a quelle ordinarie e a quelle comunitarie e nazionali di cofinanziamento e se le risorse non vengono utilizzate in precisi archi temporali perdono il contributo comunitario e quindi diventano solo “volontà programmatiche”.

Da anni ho denunciato questa folle atarassia dello Stato, da anni ho ricordato che quelle risorse destinate a produrre, con il contributo della Unione Europea, interventi organici sul territorio spesso sono state trasferite su altri capitoli di spesa e la mancata utilizzazione è stata motivata colpevolizzando la burocrazia, gli Enti locali, i vincoli territoriali, ecc.

Ora il Governo si sveglia e scopre che non ero un gufo ma ero solo un banale osservatore di una negatività che ha caratterizzato negli ultimi cinque anni chi ha governato il Paese: “l’assenza di coscienza di Stato”.

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