REDIGENDO IL DEF SCOPRIREMO I DANNI ACCUMULATI IN SOLI 18 MESI DI GOVERNO

L’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza deve essere presentato dal Governo alle Camere entro il 27 settembre e deve gettare le basi per la manovra economica 2020, manovra, e siamo al secondo appuntamento, che il Governo deve presentare alla Commissione UE entro il 15 ottobre e al Parlamento entro il 20 ottobre.

Nell’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF) il primo elemento sconcertante è la enorme distanza tra una previsione del Prodotto Interno Lordo per il 2019 pari all’1% con possibile crescita all’1,5% con un dato reale che si attesta addirittura allo 0%. Una distanza tra uno stato di potenziale crescita ed uno stato di anticamera alla recessione. Voglio fermarmi solo su questa preoccupante constatazione per ricordare anche che le due previsioni legate all’avvio di opere pubbliche, sempre nel 2019, per circa 5 miliardi di euro ed alla vendita di beni patrimoniali dello Stato per 18 miliardi di euro sono entrambe rimaste all’interno della voce “previsioni”. Sono sicuro che qualcuno dirà, come è realmente accaduto, che in realtà si è riusciti a attivare opere per 70 milioni di euro e ad avviare possibili venite di beni dello Stato per 85 milioni di euro. Cioè rispetto a 23 miliardi di euro si sono attivati solo 130 milioni di euro.

Uno strumento come il DEF dovrebbe, allora, riscoprire l’utilità e l’essenzialità di ciò che fino al 2014 è stato lo strumento relativo all’ “Allegato Infrastrutture al DEF”. Uno strumento utile per:

  • comprendere il reale stato di avanzamento dei programmi relativi alla infrastrutturazione organica del Paese
  • identificare e misurare gli impegni assunti dall’organo centrale e da quello locale attraverso le Intese Generali Quadro (strumenti questi che a tutti gli effetti rappresentavano dei veri rogiti tra Stato e Regioni per l’utilizzo sia delle risorse pubbliche che di quelle comunitarie (POR e PON)
  • misurare le risorse erogate e quelle da erogare individuando a tempo stesso quelle provenienti dal pubblico, dal privato e dalla Unione Europea
  • disegnare linee programmatiche coerenti con gli impegni assunti con la Unione Europea nella realizzazione delle Reti Trans European Network (TEN – T)
  • elencare le criticità che hanno ritardato o, addirittura, bloccato la evoluzione programmatica degli investimenti nel comparto delle infrastrutture

Il Parlamento non dovrebbe neppure cominciare l’esame del DEF che il Governo si accinge a redigere in assenza di un simile Allegato. La lettura di un simile Allegato, infatti, è utile proprio per tutti i parlamentari che spesso non riescono a capire i motivi della stasi tragica che si vive all’interno dei rispettivi collegi elettorali proprio per quanto concerne la realizzazione di opere piccole, medie e grandi.

L’Allegato penso sia comunque utile anche per una compagine che vive e sopravvive solo perché legata da uno strumento definito “contratto” e che non dispone però di alcun “termometro” capace di misurare gli avanzamenti o la stasi di determinati obiettivi infrastrutturali. Forse qualcuno obietterà che una parte della compagine di Governo, il Movimento 5 Stelle, ha sin dall’inizio annullato ogni scelta nel comparto delle infrastrutture dichiarando che “avrebbe accettato solo la realizzazione di opere utili”; in questo però nessuno ha chiesto loro un elenco di opere utili, la risosta sarebbe stata “nessuna”; questo comportamento, d’altra parte, è legato a quanto ribadito dai massimi rappresentanti del Movimento: “le costruzioni ed i costruttori producono solo corruzione”.

Allora prende corpo una obbligata coscienza che il DEF non può disattendere o sottovalutare: è impossibile con simili presupposti e con simili pregiudizi perseguire la “crescita” del Paese.

Il DEF dovrà però anche elencare quali siano le azioni che il Governo dovrà prospettare alla Unione Europea sia sul Programma comunitario 2021 – 2027 che sull’aggiornamento delle Reti TEN – T. Non voglio entrare nel merito sul più volte ricordato blocco negli investimenti infrastrutturali sia quelli inseriti nei programmi comunitari (POR e PON) sia quelli ubicati sulle Reti TEN – T, vorrei solo prospettare la opportunità di indicare in questa fase alcune variazioni sostanziali all’approccio con cui definire sia il Programma 2021 – 2027 che l’aggiornamento alle Reti TEN. In merito al Programma 2021 – 2027 dovremmo avere il coraggio, almeno per i Fondi PON, di delegare ad un soggetto finanziario (Cassa Depositi e Prestiti, Banca Europea Investimenti) il compito di gestire le risorse, di gestire le procedure di affidamento e di misurarne anche la validità tecnico economica. Per i Fondi POR lascerei alle Regioni la scelta se usare la stessa modalità. L’organo centrale e l’organo locale devono avere il compito di programmare e di scegliere ma devono evitare di essere attori di una fase delicata sia per il rispetto dei tempi, sia per la ottimizzazione delle risorse, sia per il rispetto della trasparenza. Nell’aggiornamento delle Reti TEN il nostro Paese dovrebbe puntare essenzialmente alla definizione capillare delle interconnessioni tra nodi e corridoi, tra nodi e reti. Le aree urbane, i porti, gli interporti e gli aeroporti slegati dai Corridoi diventano trombi di un sistema arterioso e venoso e come tali mettono in crisi non il contorno del nodo ma l’intero sistema Paese. Questa ultima proposta va non solo posta, ma bisogna convincere, in modo diffuso, tutti i diversi Paesi della Unione Europea che il risultato lo raggiungiamo costruendo un tessuto connettivo completo e non ha senso disegnare solo l’impianto senza caratterizzare in modo dettagliato tutte le sue componenti anche quelle più secondarie e spesso ritenute marginali

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