Che non ci fossero molti fondi a disposizione per la nuova legge di stabilità dal 2020 al 2022 era già chiaro a luglio, quando la terza manovrina ha preso forma e peso. Che non ci fossero neanche delle idee per sbloccare lo sviluppo lo abbiamo appreso, purtroppo, leggendo la Nota aggiornata del Documento di Economia e Finanza.  Ormai siamo in presenza di uno strumento che non possiede quelle indicazioni programmatiche che, fino alla fine del 2014, caratterizzavano annualmente il DEF; almeno nell’arco temporale che intercorre dal 2002 al 2014, cioè nell’arco temporale di attuazione della Legge 443/2001 (Legge Obiettivo). Tale Legge invocava la necessità di supportare annualmente lo strumento del Documento di Economia e Finanza con un apposito “Allegato Infrastrutture”. Per oltre tredici anni è stato l’unico Allegato al DEF.

Questa lunga parentesi durata circa 13 anni è in realtà stata una eccezione: il DEF si caratterizzava e si caratterizza tuttora come un atto macro economico generico privo sia di itinerari programmatici misurabili, sia di risultati raggiunti nell’attuazione della Legge di Stabilità precedente al DEF stesso. L’Allegato Infrastrutture rimaneva, quindi, unico riferimento misurabile di un processo programmatico; un riferimento distrutto sia dalla furia riformista del nuovo Codice Appalti, operata nel 2015, sia dall’accanimento contro la Legge Obiettivo. Questa operazione, nonostante un apposito articolo del Codice, il 201, che ha inserito l’elenco delle opere strategiche nel Documento Pluriannuale di Pianificazione sotto il controllo diretto della spesa per gli investimenti del MEF, annulla del tutto, dall’orizzonte pianificatorio del sistema Italia, la programmazione di breve medio periodo. Tale operazione ha trasformato gli investimenti in spesa o meglio in una lista della spesa ed in quanto lista sottoposta a tutela esclusiva del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Quindi, da almeno cinque anni, con l’abrogazione della Legge 443/2001, è venuta in realtà meno la incisività di tale strumento e praticamente il DEF, per quanto concerne il comparto delle infrastrutture, non propone e non racconta nulla e si limita a prospettare impegni e azioni prive dei connotati propri di ciò che chiamiamo “programmazione organica dell’assetto infrastrutturale del Paese”, lasciando interi comparti strategici per lo sviluppo dei territori, alla rendicontazione di singole modalità di trasporto come il piano commerciale di RFI che dovrebbe essere lo strumento con cui il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti attua la sua Strategia di sviluppo delle rete ferroviaria.

Questo vuoto produce automaticamente i seguenti scollamenti strategici:

  1. L’assenza di un indirizzo nel rapporto tra finalità infrastrutturale e copertura finanziaria
  2. L’assenza di un indirizzo nel rapporto con la Unione Europea per la definizione del Programma 2021 – 2027
  3. L’assenza di un indirizzo nel rapporto con la Unione Europea per la definizione del   Programma di aggiornamento delle Reti TEN – T 2021 – 2027
  4. L’assenza di un indirizzo nel rapporto con la Unione Europea per la definizione dei Programmi comunitari (FSC, PON e POR)
  5. L’assenza di un reale controllo sullo stato di avanzamento di tutti gli strumenti programmatici del comparto infrastrutture

Questo vuoto priva il Parlamento di un riferimento programmatico e, al tempo stesso, rende poco credibile l’impegno del Governo ad attuare finalità generiche prospettate nel DEF. Da qui la propaganda dei Contratti di Programma che lo Stato stipula con le proprie aziende vigilate: è utile ribadire che, orientare quei contratti pluriannuali ad una standardizzazione degli indicatori utile per la scelta degli investimenti, significa abdicare al ruolo di responsabilità politica dei Governi e dei Parlamenti.  Una simile carenza diventa ancora più grave nella stesura della Legge di Stabilità in cui le risorse finanziarie presenti nelle varie Tabelle non garantiranno nessun intervento in quanto rimarranno semplici e banali “disponibilità finanziarie”.

Nessuno mette in dubbio la buona fede e la correttezza di chi ha redatto lo strumento ma è evidente che, non disporre di un piano delle infrastrutture con un piano di spesa allegato al DEF attraverso il quale leggere gli indirizzi chiave e le progettualità che almeno in un arco temporale di un triennio diventeranno i riferimenti portanti della strategia del Governo nel processo di infrastrutturazione organica del Paese, significa annullare ogni consistenza economica alla proposta.

Più volte negli ultimi mesi ho infatti ricordato la importanza dell’attuale DEF, l’ho fatto perché, nel 2020, il Governo ed in particolare il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e il Ministro dell’Economia e delle Finanze saranno coinvolti, a scala comunitaria, nel definire le tematiche da me prima riportate e quindi sarebbe stato non utile ma indispensabile presentarsi a tali incontri con un quadro programmatico già noto e condiviso a scala parlamentare. In realtà primo riferimento chiave, che sono sicuro le Commissioni competenti del Parlamento chiederanno al Governo, sia nell’esame del DEF, sia nella lettura del Disegno di Legge di Stabilità 2020, sarà l’elenco delle 77 opere bloccate che l’ex Ministro Toninelli, prima di andar via, aveva inoltrato al Ministero dell’Economia e delle Finanze e che, dopo apposita verifica delle coperture, era pervenuto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per la nomina di appositi Commissari capaci di velocizzare i processi realizzativi.

Il Parlamento, in realtà, vorrà conoscere quale sia la reale copertura di tali interventi e, soprattutto, come motivare, per molti di essi, il protrarsi della stasi procedurale e, quindi, come e quando concretamente sarà possibile cantierare tali interventi. Infatti, nella definizione del 2° punto da me richiamato, quello relativo alla definizione del Programma 2021 – 2027, sarà necessario, prioritariamente, motivare due distinte negatività: la stasi prolungata nella attuazione del Programma e la limitata capacità di impegno concreto delle risorse. Due negatività da ricercarsi nella rilettura di alcuni interventi attraverso lo strumento del “project review”, nell’assurdo riferimento procedurale nell’affidamento delle opere attraverso il nuovo Codice Appalti (Decreti Legislativi 50/2016 e 56/2017). Sicuramente il Governo e i Ministri competenti non potranno ammettere che questo rallentamento in parte era stato anche causato dalla necessità di utilizzare le risorse per onorare i provvedimenti di spesa corrente come gli “80 euro per i salari minimi”, il “reddito di cittadinanza” e “il quota 100”. Pertanto non sarà facile ottenere un volano di risorse adeguato se si considera, come più volte detto, che del Programma 2014 – 2020 alla fine del 2019 non si è riusciti a spendere più del 4%. Sarebbe stato quindi utile ed opportuno riportare già nel DEF informazioni quale quelle di seguito riportate.

La Commissione europea ha presentato il 2 maggio 2018 la proposta di bilancio europeo per il periodo 2021-2027 che contiene interessanti novità per quanto riguarda la Politica di coesione, la Politica agricola e i finanziamenti diretti europei.

Il budget proposto dalla Commissione ammonta complessivamente a 1.279 miliardi di euro (calcolati a prezzi correnti) destinati ad una Unione a 27 Stati Membri. La Commissione propone nuove forme di finanziamento del bilancio a sostegno di un aumento della spesa, prevalentemente attraverso risorse aggiuntive, con l’obiettivo di finanziare nuove priorità (quali la sicurezza, la migrazione e la gestione delle frontiere) e di rafforzare quei programmi che ritiene abbiano un chiaro valore aggiunto europeo (in particolare nell’ambito della ricerca e dell’innovazione, del clima e dell’ambiente e a favore dei giovani). La Commissione propone così di modernizzare il sistema complessivo delle risorse proprie introducendo un “paniere” di nuove risorse composto da:

  • una aliquota di prelievo del 3% applicata alla nuova base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società;
  • una quota del 20% dei proventi delle aste del sistema europeo di scambio delle quote di emissioni;
  • un contributo nazionale basato sulla quantità di rifiuti di imballaggi di plastica non riciclati in ciascuno Stato membro.

Le nuove risorse proprie rappresenteranno circa il 12% del totale delle entrate del bilancio europeo e potrebbero apportare un contributo di 22 miliardi di euro all’anno per finanziare le nuove priorità.
Al Fondo FESR la Commissione propone di assegnare 226,3 miliardi di euro nel periodo 2021-2027, comprensivi della quota destinata alla Cooperazione Territoriale Europea (CTE) pari a 9,5 miliardi; mentre il Fondo di Coesione, che non riguarda l’Italia, potrà contare su quasi 46,7 miliardi di euro (importi calcolati a prezzi correnti).                   

Per l’Italia la Commissione propone uno stanziamento di 43,4 milioni di euro a prezzi correnti (38,5 miliardi a prezzi costanti 2018, contro i circa 36 miliardi del periodo 2014-2020), grazie all’aggiornamento dei criteri di ripartizione delle risorse tra Stati membri.

In realtà sarebbe stato necessario produrre un nuovo quadro delle regole al cui interno ad ogni proposta, ad ogni azione avrebbe fatto seguito il raggiungimento di un obiettivo e la lettura misurabile dell’effetto.

La assenza di un simile contributo, l’assenza di un simile impegno testimonia, purtroppo, una forte sottovalutazione sia dello spessore programmatico che di quello tecnico – economico che un simile strumento dovrebbe possedere.

Spero che col tempo qualcuno recuperi le buone abitudini prodotte con la Legge Obiettivo. 

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