SPESSO VIVERE UNA ESPERIENZA DI GUERRA CI FA CAPIRE TANTE COSE

Nell’estate del 2003 insieme al professore Giuseppe Moesch ho coordinato i lavori del Piano delle infrastrutture e dei trasporti dell’Iraq; ho vissuto alcune settimane a Bagdad mentre il professor Moesch è rimasto più tempo ed è tornato più volte muovendosi nell’intero Paese. Avevamo avuto questo incarico dal Ministero degli Esteri in attuazione di un preciso impegno che l’Italia aveva preso con gli altri Paesi impegnati nell’intervento bellico nel territorio iracheno. In tale lavoro eravamo supportati da un organismo davvero raro formato dalle Ferrovie dello Stato, dall’ANAS, dall’Ente Nazionale Aviazione Civile (ENAC) e dall’Ente Nazionale Assistenza al Volo (ENAV).

Questa esperienza la ricordo, senza dubbio, come una grande occasione professionale, una irripetibile esperienza pianificatoria ma, soprattutto, una straordinaria fase della mia vita in quanto, anche se per un periodo non lungo, sono stato in un Paese in guerra.

La mia generazione e la maggior parte delle generazioni che vivono all’interno dell’Europa non hanno vissuto una esperienza bellica, non sanno, quindi, cosa sia il coprifuoco, cosa significhi vedere delle giovani soldatesse e dei giovani soldati feriti da arma da fuoco, ma ancora più strano cosa significhi vivere in un albergo e durante la notte doversi spostare dai piani alti e scendere nei primi piani per evitare i danni generati da un missile, cosa significhi scegliere un’arma come difesa personale, cosa significhi vivere in un Paese in cui non ci sono assistenze bancarie, in cui non ci sono collegamenti trasportistici pubblici e non sono in funzione linee aeree ma solo aerei militari. In realtà tutte sensazioni che, stranamente, colpiscono solo chi le vive, solo chi è presente in quel momento, in quel determinato luogo.

Queste mie considerazioni non vogliono essere una esaltazione per coloro che hanno tentato di vivere questa esperienza, quasi come un inno al coraggio, invece no perché il vero scopo di questo mio approfondimento è quello di tentare di denunciare quanto, per la mia generazione e, come dicevo prima, per la quasi totalità dei cittadini europei, sia strano vivere, lavorare e produrre risultati professionali in un Paese in guerra. E, cosa forse sottovalutata e dimenticata, il nostro Paese è riuscito a consegnare allo Stato iracheno il Piano delle infrastrutture e dei trasporti e, a differenza del nostro Paese non in guerra, un simile atto pianificatorio si è trasformato, per una parte rilevante, in infrastrutture funzionali.

Spesso con il professore Moesch che, come detto, è stato più volte in Iraq e ha avuto modo anche di visitare alcune aree particolari del vasto sistema territoriale, ci soffermiamo su i seguenti punti:

  • la leggerezza e forse l’incoscienza con cui 16 anni fa ci siamo recati in un Paese in guerra addirittura con uno spirito carico di compiacimento e di curiosità
  • la capacità con cui quattro organismi detentori di esperienze mono modali siano riusciti a definire scelte strategiche plurimodali producendo, in tal modo, una proposta progettuale organica e funzionale, una proposta ricca di grandi intuizioni pianificatorie come la reinvenzione della piastra logistica di Bassora e del Corridoio Bassora – Bagdad – Mossul – Ankara; ipotizzando il collegamento di tale Corridoio con quello delle Reti TEN – T, il Corridoio 10 (Ankara – Sofia – Belgrado)
  • lo stupore nell’assistere ai risultati ottenuti da un Paese martoriato dalla guerra del 2003, da quella portata avanti dallo Stato islamico e ora da fenomeni eversivi e che è riuscito a portare avanti un Programma di investimenti disegnato dalle nostre professionalità; un Programma stimato in 88 miliardi di euro che circa un anno fa, in occasione della Conferenza Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo dell’Iraq, si è deciso di avviare interventi per un valore globale di 25 miliardi di euro; tutto questo a differenza di un Paese in pace come il nostro ma che non riesce a dare compiuta e definitiva esecuzione ad un Programma di opere definito per Legge quasi venti anni fa
  • la delusione nel non aver utilizzato, come Italia, questa esperienza per costruire occasioni di collaborazione non solo puntuale come avvenuto per la diga di Mosul ma di interesse congiunto proprio nella gestione del porto rivisitato di Bassora e del relativo Corridoio; perché questo segno infrastrutturale in futuro, quando questa area non sarà più un possibile teatro bellico, si trasformerà in uno degli assi concorrenziali a quello che, attraverso Suez, entra nel Mediterraneo e utilizzando anche i nostri porti di Genova e Trieste raggiunge il centro europeo
  • la cosciente ammissione dell’assenza, nell’approccio del nostro Paese alle politiche internazionali, di tematiche e di strategie con un respiro così forte e la sistematica analisi, sempre del nostro Paese, delle problematiche contingenti senza mai immaginare o pensare che ormai le distanze fisiche e le distanze anche socio economiche non sono più estranee ai nostri processi interni di crescita o di decrescita; la Cina è ormai un esempio tangibile di questa rivoluzione concettuale

E poi questi approfondimenti si concludono con una triste constatazione: in fondo pur in guerra, pur con gravi crisi l’Iraq sta attuando un Programma, noi in Italia ancora non ci siamo riusciti e questo sta a significare che le guerre di principio tra incapaci spesso sono più pericolose e deleterie delle guerre vere

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