DON MILANI RIPETEVA SPESSO “NULLA È PIÙ INGIUSTO CHE FAR LE PARTI UGUALI TRA DISUGUALI”

La sottovalutazione storica della crisi nei territori del centro e del sud del Paese, la carenza di infrastrutture adeguate per rendere possibile una interazione tra domanda ed offerta, la distinta ubicazione geografica che vede le aree del settentrione avvantaggiate in termini geo morfologici, la consolidata storia industriale e finanziaria di alcuni ambiti del Nord (nelle aree di Brescia – Verona – Vicenza – Treviso le attività produttive partecipano alla produzione del Prodotto Interno Lordo per circa il 20%), sono tutti fattori che non possono essere affrontati e risolti invocando perequazioni teoriche basate essenzialmente su un trasferimento di risorse aggiuntive.

Settanta anni hanno ormai dimostrato che queste tecniche, queste teorie sono solo utili per autoconvincersi di omogeneizzare realtà non omogeneizzabili.

Il testo del disegno di legge quadro sull’autonomia che porta la firma del Ministro degli affari regionali Francesco Boccia, punta a fissare il percorso per disegnare i LEP (livelli essenziali delle prestazioni) che dovrebbero assicurare il minimo sindacale di servizi pubblici su tutto il territorio, e i fabbisogni standard, cioè il costo efficiente di queste prestazioni di cui andrà garantito il finanziamento. In questo quadro le competenze trasferite alle Regioni saranno accompagnate dal finanziamento in base ai fabbisogni standard. Dovrebbe arrivare anche un primo fondo con una dote iniziale da almeno 3 miliardi in 10 anni che vincolerebbe, agli interventi nelle aree svantaggiate, una quota di investimenti dei Ministeri e delle società pubbliche. La critica diffusa da parte di chi difende ancora lo sviluppo e la crescita del Mezzogiorno è che in tal modo si rendono più ricche le regioni del Nord e più povere quelle del Sud. Questa è una critica banale e forse solo di effetto ma, a mio avviso, la impostazione del nuovo Disegno di Legge, invocando nuove forme di autonomia regionali e creando il “fondo” di 3 miliardi per le aree svantaggiate, annulla, in modo irreversibile, la crescita in quelle aree del Paese in cui il ricorso all’autonomia produce solo isolamento e emarginazione.

Forse, però, se fossimo in presenza di un Governo e di un Parlamento stabile, se disponessimo di una Legislatura di ampio respiro, questo innamoramento alla “autonomia” potrebbe essere una ottima motivazione per rivedere davvero il Titolo V° della Costituzione. Solo in tal modo le Regioni ubicate nel Centro Sud (quasi due terzi dell’intero sistema regionale del Paese) capirebbero che ogni modifica nelle tessere del “mosaico Paese” crea una modifica sostanziale nel tessuto socio economico e sono davvero imprevedibili i risultati che nel tempo possono ottenersi non in alcune Regioni del centro sud ma in alcuni ambiti urbani ubicati al loro interno. La garanzia all’insediamento di attività industriali in aree forti e supportate da una autonomia finanziaria produce una attrazione non recuperabile assicurando risorse in altre aree non supportate da una autonomia adeguata; cioè una ZES ubicata in una delle Regioni del Nord con autonomia gestionale è una ZES (Zona Economica Speciale) capace di attrarre davvero interessi imprenditoriali.

Ritengo utile, in modo sintetico, analizzare le richieste di autonomia avanzate dalle tre Regioni Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Per entrare, però, nel cuore della questione è necessario tenere presente due articoli della Costituzione italiana, il 116 e il 117. L’articolo 116 al suo terzo comma dispone che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario particolari condizioni di autonomia definite come “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”. Le Regioni che godono di questa autonomia hanno la possibilità di vedersi attribuiti poteri diversi rispetto alle altre 23 materie previste dall’articolo 117: su queste ultime Stato e Regione hanno competenza legislativa concorrente, il che vale a dire che la Regione stabilisce le regole, mentre la determinazione dei principi fondamentali resta allo Stato.  Il 28 febbraio del 2018, a seguito dei referendum che si sono tenuti in Veneto e Lombardia, l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha sottoscritto con le tre Regioni tre accordi preliminari relativi ad una possibile autonomia. Le materie più rilevanti di tale delicata tematica costituzionale sono state la fiscalità locale, la sanità, le infrastrutture e i trasporti, la istruzione e i beni culturali. Per quanto riguarda la fiscalità, e quindi le risorse da trasferire alle Regioni sotto il Governo giallo verde, i governatori avevano chiesto e quasi ottenuto di trattenere sul loro territorio il surplus Irpef pagato dai cittadini lombardi e veneti senza nessuna perequazione.

L’ultima bozza di Legge Quadro entra nella questione risorse solo per dettare delle regole generali: riconosce sia la compartecipazione al gettito e sia l’obbligo di alimentare il fondo di perequazione per le Regioni con meno risorse. Ma resta una domanda. Cosa accade se lo Stato entra in crisi e deve aumentare le tasse? La bozza dice che è possibile chiedere un contributo anche alle Regioni che si sono rese autonome. Ma questo contributo può essere solo transitorio.

Per quanto riguarda le infrastrutture e i trasporti, la Lombardia chiede che le concessioni su alcune autostrade, strade e ferrovie passino alla gestione regionale; lo stesso relativamente alle funzioni di programmazione e controllo di beni, impianti e infrastrutture; anche il Veneto è dello stesso avviso, solo che aggiunge anche la gestione relativa agli aeroporti. Una delle novità positive della ultima bozza di Legge Quadro dell’attuale Governo è l’inserimento esplicito nel testo della perequazione infrastrutturale. Il Nord, si riconosce nella bozza, ha storicamente ottenuto maggiori investimenti pubblici in strade, ferrovie, aeroporti. Il Sud ha accumulato un ritardo. Da tempo viene chiesto che il livello degli investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno raggiunga il livello almeno del 34% pari cioè alla percentuale della popolazione residente rispetto all’Italia. L’articolo 3 della bozza della Legge Quadro prevede quindi che “le risorse dedicate alle infrastrutture devono tenere conto dell’obiettivo di assicurare su tutto il territorio nazionale i livelli delle prestazioni o degli obiettivi relativi alla perequazione infrastrutturale

La questione, comunque, tocca anche tematiche legate all’Ambiente: Lombardia e Veneto chiedono infatti di poter decidere in totale autonomia sulle infrastrutture costruite sui loro territori – e sul loro impatto ambientale – comprese le opere strategiche di interesse nazionale.

Per quanto riguarda la competenza sulle sovrintendenze e sui beni paesaggistici la Lombardia chiede una totale autonomia sulla gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali dei beni statali.

Queste tre aree tematiche: infrastrutture, ambiente e beni culturali qualora dovesse passare una simile ipotesi, qualora si dovesse raggiungere un compromesso pieno così come auspicato dal Ministro Boccia e dalla Conferenza Stato Regioni, automaticamente assisteremmo all’annullamento del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE); non avrebbe infatti più senso far approvare dal CIPE i progetti in quanto i pareri del Ministero della Ambiente, la Verifica di Impatto Ambientale, il Parere del Ministero dei Beni Culturali, la verifica delle coperture da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze,  la registrazione  delle delibere di approvazione da parte della Corte dei Conti, non avrebbero più motivazione di esistere. Molti direbbero che una simile azione sarebbe salutare perché annullerebbe procedure che ritardano il concreto avvio delle opere ma tutto questo annullerebbe anche lo Stato. Penso infatti che il Ministro Boccia, in occasione della Conferenza Stato Regioni in cui la bozza di Legge è stata condivisa alla unanimità da tutte le Regioni, abbia bruciato, all’interno della bellissima sala riunione del Palazzo Cornaro (o della Stamperia), forti dosi di canapa indiana per plagiare e condizionare tutti, dico tutti, sia i Presidenti delle Regioni settentrionali che quelli del Centro Sud del Paese.

Cerchiamo, una volta tanto, di misurare la spregiudicatezza e la superficialità con cui i Governi che si sono succeduti ultimamente hanno affrontato tematiche così delicate. È davvero assurdo presentare simili bozze di Legge che, in modo gattopardesco, offrono un immagine di cambiamento, assicurano finalmente che si è disposti a “perequare” dimenticando proprio quanto ripeteva don Milani: “nulla è più ingiusto che far le parti uguali tra disuguali”. Ma non voglio entrare nel merito delle richieste di autonomia legate alla fiscalità, alle risorse, voglio invece soffermarmi proprio sul comparto legato alle infrastrutture e direttamente ed indirettamente all’ambiente. Le Regioni devono chiedere con la massima urgenza la attuazione, in tempi certi e contestuali, della offerta infrastrutturale organica del Paese. Una contestualità che deve eleggere ad avanzamento prioritario:

  • sia i lavori dei valichi del Brennero, del Terzo Valico dei Giovi sulla Genova – Milano e sia i lavori dell’asse ferroviario ad alta velocità Palermo – Catania e Napoli – Bari,
  • sia i lavori della metropolitana di Torino che quelli della metropolitana di Napoli e di Catania
  • sia i lavori dell’ autostrada Pedemontana lombarda e Pedemontana Veneta che la superstrada 106 Jonica

Una contestualità che consenta ad ambiti regionali del nord e del centro sud di disporre degli stessi treni, degli stessi mezzi di trasporto, delle stesse condizioni di accesso agli ambiti urbani

Una contestualità che annulli la inesistenza nel centro sud di nodi logistici capaci di ottimizzare davvero le attività legate alla movimentazione e alla distribuzione delle merci.

Le autonomie, la corsa agli isolamenti territoriali, la corsa ai confini medioevali del proprio territorio, sono tipici di chi ha paura del futuro, di chi non condivide i processi programmatici e pianificatori di ciò che i padri della Costituzione definirono “Stato”. Mi meraviglio che il Presidente della Regione Sicilia Musumeci, il Presidente della Regione Campania De Luca e il Presidente della Regione Puglia Emiliano siano caduti in questo incomprensibile equivoco.

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