QUANTO COSTA L’ASSENZA DELL’AZIONE POLITICA

Alla vigilia di una nuova tornata elettorale regionale che interesserà la Liguria, la Toscana, le Marche, la Campania e le Puglie, il settore degli investimenti in infrastrutture ed in particolare lo storytelling della necessità di trattare con emergenza il tema degli investimenti, occuperà gran parte delle discussioni “politiche”.

Immaginiamo che, mentre la Liguria si affannerà a tutelare la più grande industria lì presente, il suo sistema portuale con un’accelerazione sugli investimenti necessari alla sua connettività e sulla ricerca delle responsabilità per chi ha ostacolato la realizzazione della Gronda di Genova, la Toscana chiederà di accelerare sull’attivazione degli investimenti in nodi infrastrutturali come l’attraversamento ferroviario ad alta velocità di Firenze, come il miglioramento delle connessioni sul porto di Livorno e la distribuzione del livello dei servizi della mobilità anche nelle aree interne, mentre le Marche chiederanno maggiore attenzione agli investimenti sulla rete stradale di primo e secondo livello nelle aree che rimangono ancora a vocazione produttiva, la Campania concentrerà le proprie esigenze di investimento sullo sviluppo dei servizi nelle aree metropolitane, sulla connettività del Porto di Napoli e nello sfruttamento dei giacimenti culturali ad oggi ancora poco accessibili e la Puglia  cercherà, nella conversione dell’Ilva di Taranto e nella realizzazione del gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP), le sue occasioni di rinascita.

Ed intanto quelle inevitabili e legittime esigenze di sviluppo si manifesteranno in un contesto economico e produttivo che, in assenza di una vera azione politica, subirà un profondo processo di modifica, tanto profondo da incidere sulla struttura essenziale di come quel processo si manifesta.

Sul piano delle risorse, dopo aver esaurito per scopi elettoralistici le riserve finanziarie dedicate agli investimenti, saremo costretti ad accettare le flessibilità di bilancio e le modalità di sviluppo che ci verranno  imposti dalla Unione Europea a partire dal 2021, con nuovi obblighi che comportano l’impiego di 3 euro di fiscalità nazionale versus 1 euro di finanziamento comunitario, con la promessa di transitare verso una sostenibilità ambientale per la cui tassonomia aspetteremo il 2021, con la creazione di Banche climatiche che orienteranno gli investimenti in “ferro e cemento” in finanza etica, di un ulteriore fondo che si aggiungerà a quelli già esistenti e poco fruibili come  il just transition fund; sul lato delle risorse nazionali, la Legge di Bilancio per il 2020 che si attesta su una disponibilità di cassa annuale pari a meno di un miliardo di euro e triennale pari a meno di 7 miliardi di euro, impedisce il finanziamento di opere che vadano oltre il triennio di spesa. Rimarremo in attesa di una riforma degli aiuti di Stato e della conseguente ammissibilità di investimenti di mano pubblica nei mercati della mobilità ed intanto l’assenza di cassa immediata ci farà rinviare quei progetti tecnologici immediatamente cantierabili che dovevano accelerare le possibilità di spesa riducendo le fasi procedurali e per i quali non esiste comunque a breve finanziabilità per l’assenza delle risorse.

Sul piano della redistribuzione territoriale, l’inganno economico di considerare il Mezzogiorno come un’unica area sottosviluppata a fronte di un centro nord moderno ed efficiente, non farà ragionare sui “mezzogiorni del nord” e sulle “eccellenze del Sud”, continuando ad utilizzare le agevolazioni fiscali per le zone logistiche semplificate, le zone economiche speciali, le recenti zone economiche ambientali, senza che ci sia, non solo una Legge quadro nazionale quanto una mappa economica degli sconti fiscali adottati. Nel tentativo di rianimare le politiche territoriali dei “vecchi” distretti industriali o delle zone franche urbane, si continuerà ad evitare l’adozione di politiche per le nuove marginalità industriali e territoriali, impedendo l’arresto del declino.

 Sul piano della generazione dei costi, una ottusa politica di regolazione che non ha niente di veramente industriale, lasciata alle competenze di autorità soggette ad una continua rivisitazione  delle proprie competenze a mezzo di continue trasformazioni normative, lascia ampi spazi alle spese legali, creando potenziali contenziosi che ci trascineremo per anni, e quel che è peggio aggiunge un senso di precarietà delle regole produttive al sistema industriale dei trasporti, svilendo le funzioni riconosciute dalla Costituzione ai Ministeri competenti.

Sul piano della generazione dei benefici, le strumentali e recenti manipolazioni dei relativi criteri, hanno generato un qualunquismo economico che si affaccia ormai anche all’interno di quelli che dovrebbero essere documenti pubblici utili alla politica per operare le scelte nel pieno rispetto delle proprie prerogative. Spesso in diversi blog abbiamo sottolineato quanto alcune regole come quelle concorrenziali che gravano sui gestori delle infrastrutture, oppure come quelle relative ai finanziamenti ed alle leggi di bilancio, siano svuotate di qualunque utilità ai fini della realizzazione degli investimenti.

La mancanza di obiettivi nazionali e la mancanza di una azione politica di attuazione di quegli obiettivi, con tutte le sue conseguenze, rimarrà anche a giugno 2020, alla fine di questa fase di campagna elettorale, la vera causa del nostro declino: non avremo un nuovo Piano delle Reti TEN – T, non avremo una pianificazione economica e finanziaria che superi la visione dell’annualità di bilancio corrente, non avremo avviato i lavori e l’operatività della gronda di Genova, non avremo superato l’assurdità di un Piano dei porti con 15 autorità di sistema portuale, non avremo superato il falso ambientalismo che blocca il nodo ferroviario ad alta velocità di Firenze, non avremo sbloccato gli investimenti energetici in Puglia e quelli dedicati ad un’ampia ed industriale fruibilità del turismo, non avremmo prodotto un piano di rigenerazione urbana e di risanamento per Taranto, non avremo impostato una politica per il recupero dei territori e del degrado post terremoto, non avremo invertito la condizione di sconnessione delle nostre aree interne, non avremo impostato politiche per il contrasto al declino demografico. Non avremo cioè obiettivi nazionali e quindi non avremo ancora una volta una azione politica nazionale.

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