LA DIFFUSIONE DELLE IDEE, LA DIFFUSIONE DELLE INFORMAZIONI IL FATTORE TEMPO

Utilizzando le informazioni sintetiche fornite da Wikipedia ho ritenuto utile recuperare alcune notizie sulle origini e sulle evoluzioni di ciò che è alla base della comunicazione, alla base della diffusione delle informazioni e delle idee. Non voglio fare una dissertazione su una tematica che mi vede completamente impreparato, voglio, invece, dopo una premessa piuttosto lunga, tentare di dimostrare come il fattore tempo abbia rivoluzionato e in alcuni casi deformato la base della comunicazione, la base della informazione.

Nell’arco di sei millenni, si sono succeduti quattro tipi di culture: la cultura orale (che fa uso della parola parlata), la cultura manoscritta o chirografica (che adopera la scrittura), la cultura tipografica (che fonda la trasmissione del sapere sul libro stampato) e la cultura dei media elettronici (nella quale le informazioni vengono inviate in modo sempre più rapido, attraverso mass media quali la televisione, la radio e i telefoni). Nella cultura orale, dove non esistono né testi scritti, né stampati, il sapere deve essere organizzato in modo tale da poter essere facilmente mandato a memoria. Il merito di aver inventato la scrittura va riconosciuto ai Sumeri (ca. 3500 a.C.). Inizialmente la loro scrittura cuneiforme venne adoperata per esigenze amministrative e contabili, solo in seguito fu usata per raccontare eventi storici e religiosi e per composizioni letterarie, fino a diventare vera e propria scrittura. Intorno al 3000 a. C. anche gli Egiziani diedero vita alla loro forma di scrittura: la geroglifica. La scrittura cuneiforme, pur essendosi ampiamente diffusa, non poté resistere all’avanzata di alfabeti prima ittiti, come l’epica di Gilgamesh insegna, e greco poi. Se la cultura orale era una cultura incentrata sulla memoria e lasciata alla trasmissione delle parole, la cultura chirografica è una cultura che racconta per immagini. Il libro, prima composto da pelli di animali e poi dalla carta infatti, è la grande innovazione mediatica perché permette un’estensione della memoria. L’invenzione della stampa da parte di Gutenberg provocò una vera e propria rivoluzione nel mondo della comunicazione. La stampa fece sì che le edizioni dei libri fossero sempre più curate e fedeli all’originale. Infatti nel Medioevo la trascrizione manuale delle opere faceva sì che gli errori aumentassero proporzionalmente al numero delle opere. I libri, una volta stampati, venivano sempre diffusi con il medesimo testo e questo fece in modo che la stampa rivestisse un ruolo fondamentale nella nascita delle lingue nazionali. L’Ottocento ed il Novecento sono i secoli del grande progresso tecnologico. Le invenzioni in ordine di tempo del telegrafo, del telefono, della radio, della televisione e dei computer hanno accelerato enormemente lo scambio di testi, suoni e immagini. Ma la vera rivoluzione era, a mio avviso, legata alla capacità di divulgare velocemente la informazione, di divulgare velocemente le notizie.

Essere in grado di conoscere ciò che in un determinato momento è accaduto o sta accadendo in un preciso ambito territoriale diverso da quello in cui ci troviamo rappresenta oggi una esigenza inutile perché disponiamo di mezzi di comunicazione che ci consentono di vivere contestualmente l’accadere dei fenomeni.

Sappiamo benissimo che questo ha rivoluzionato tanti comparti da quello legato alla cultura, alla sanità, al tempo libero, ma soprattutto a due specifici comparti quello della finanza e quello della logistica. Mi soffermerò sulla logistica per ricordare che la comunicazione ha cambiato le nostre abitudini nel vivere all’interno di ciò che chiamiamo città e dopo quasi due secoli capiamo quello che ci aveva anticipato Max Weber definendo proprio la città come «ambito territoriale caratterizzato dalla presenza di un complesso di funzioni e di attività integrate e complementari, organizzato in modo da garantire elevati livelli di efficienza e da determinare condizioni ottimali di sviluppo delle strutture socio economiche».

La lungimiranza di Weber aveva intravisto proprio nella entropia, nella ricchezza e nella complessità dei rapporti, la crescita e lo sviluppo delle città ma non avrebbe mai immaginato che la forza, il lievito di un simile fenomeno non era solo legato al sovrapporsi dei rapporti, alla ricchezza degli incontri, alla possibilità di accedere ai mercati, alla possibilità di accedere alle sedi della cultura, ma era legato alla velocità con cui la comunicazione rendeva possibile l’ottenimento di determinate esigenze del fruitore della città, addirittura dei fruitori del pianeta.

Dal 1.200, secolo in cui Federico II cercò di costruire apposite reti di comunicazione, fino alla rivoluzione francese, le informazioni viaggiavano ancora alla velocità dei cavalli. Verso la fine del XVIII secolo Claude Chappe e il fratello lavorarono allo sviluppo di un sistema telegrafico basato su una catena di segnalatori. Solo nel 1833 prese corpo la invenzione di Morse. Un percorso lungo e spesso, non essendo abituati a fare delle analisi storiche su la evoluzione di determinati processi tecnologici, sottovalutato o, addirittura, non capito. Ora però nasce spontaneo un interrogativo: la parabola che in tanti millenni ha caratterizzato il processo informativo possiamo ritenerla conclusa? In realtà essere riusciti ad ottenere tutto dalla tecnologia in termini di immediata conoscenza degli eventi e di immediata capacità nel chiedere e nell’ottenere risposte a nostre precise esigenze può ritenersi ormai un momento terminale del ciclo che in circa 6.000 anni ha caratterizzato la categoria della comunicazione?

Penso che nella logistica, nel lungo e articolato processo che caratterizza l’intera catena della produzione, della commercializzazione e della distribuzione dei prodotti abbiamo raggiunto il livello più avanzato; in realtà non possiamo più esasperare la funzione “tempo” e, stranamente ci stiamo sempre più accorgendo che questa soglia di efficienza ci ha portato verso una irreversibile abitudine ad essere soli, una folle abitudine alla solitudine relazionale: ormai il nostro interlocutore sarà sempre più legato ad un anonimo strumento di comunicazione.

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