IL CORONA VIRUS, IL CORAGGIO E L’ALIBISMO

Dovremmo evitare di raccontare che il “corona virus” ha “tarpato la crescita della nostra economia e le magnifiche e progressive sorti di una nuova politica economica”.

Purtroppo noi eravamo in piena stagnazione e ci avviavamo verso una grave recessione. Quindi come siamo convinti che in questa fase ogni attacco al Governo è foriero di puro sciacallaggio, dobbiamo pure ammettere che il “corona virus” ha solo velocizzato questa corsa verso la recessione, ma non possiamo non prendere atto di alcuni elementi che ci portano verso una nuova parola che la lingua italiana non contempla: l’alibismo.

La tecnica politica consiste nell’utilizzare tutto, ma proprio tutto, per motivare una congenita incapacità a fare, una patologica consapevolezza del non fare o meglio del non saper fare.

Questa vera epidemia, senza dubbio più preoccupante, non può però bloccare integralmente la macchina dello Stato. Qualcuno ci farà osservare che si bloccano azioni ed interventi che erano in fase attuativa ma, purtroppo, non è così: solo a titolo di esempio va detto  che anche prima del “corona virus” l’ILVA era bloccata come tutto il suo indotto produttivo e territoriale, bloccata era l’Alitalia e tutta la filiera industriale a questa legata, bloccate erano 160 aziende in crisi presso il Ministero dello Sviluppo Economico, bloccati erano interventi infrastrutturali per oltre 13 miliardi di euro, bloccati erano i 169 decreti attuativi previsti da diverse leggi (ne sono pronti solo 2).

Allora questo regalo della Provvidenza al Governo Conte altro non è che un modo per vestire un alibi. L’unico vero problema è di ricreare, in questo preciso e delicato momento, cioè ad un mese dalla presentazione del Documento di Economia e Finanza alle Camere, le motivazioni necessarie per superare una crisi che assolutamente non ha nulla a che fare con il “corona virus”. Senza dubbio, nella presentazione del Documento di Economia e Finanza, il premier Conte dirà che:

  1. non potremo prendere impegni superiori alle disponibilità di cassa
  2. l’Unione Europea dovrà accettare un disavanzo del 2,3 – 2,4%
  3. non potremo rispettare la crescita del PIL dello 0,6% come previsto nella Legge di Stabilità 2020 ma ci attesteremo ad una soglia dello 0,2%
  4. saremo costretti a bloccare per il 2021 l’incremento di 80 euro nei salari bassi
  5. saremo costretti ad annullare quanto previsto dalla norma relativa al “Quota 100”
  6. rivedremo la partecipazione del Paese nel versamento della quota del 50% per i Fondi comunitari
  7. Rimoduleremo il reddito di cittadinanza

Ebbene, questo quadro di azioni nel DEF lo avremmo trovato lo stesso perché dalla data di insediamento di questo Governo, cioè dal 5 settembre 2019, non si è mosso nulla e quelle che potevano essere le azioni, annunciate da un Ministro della Repubblica come Paola De Micheli, relative all’avvio addirittura entro il 2019 di interventi infrastrutturali per circa 12 miliardi di euro, allo stato sono rimasti solo impegni annunciati. Tra l’altro l’obiettivo di crescita dello 0,6% messo in programma per il 2020 già traballava vistosamente dopo il – 0,3%  del Prodotto Interno Lordo dell’ultimo trimestre 2019.

Indipendentemente da questo miracoloso alibi, forse sarà opportuno che l’attuale compagine di Governo ci dica come sia possibile uscire da questa folle morsa che sembra essenzialmente legata alla assenza di una adeguata intelligenza decisionale nel superare un consolidato comportamento caratterizzato dal mancato avvio delle risorse in conto capitale, cioè da quelle risorse utilizzabili per dare avvio ad opere infrastrutturali. Forse sarebbe opportuno ricordare che proprio la crisi prodotta dal “corona virus” incrinerà in modo rilevante i consumi interni ed esterni, inciderà in modo rilevante sulla componente del comparto manifatturiero, incrinerà in modo preoccupante i proventi derivanti dal turismo, quindi l’unica possibile azione capace di contrastare questa crisi è da ricercare proprio nella spesa concreta di risorse dello Stato, cioè dovremmo invocare quasi una autarchia finanziaria sapendo che anche le risorse generate dalla bilancia dei pagamenti import–export subiranno, per un arco temporale non certo corto, un preoccupante ridimensionamento

Il miracoloso alibi del “corona virus” sarà la migliore delle scuse per nascondere le incapacità di una politica industriale mai veramente avviata, per giustificare l’aumento selettivo dell’Iva dando alle componenti politiche la giustificazione di aver fatto la migliore delle leggi di bilancio possibile e di lucrarvi il rendiconto politico, per dissimulare l’incapacità dell’Europa non solo per la redazione del bilancio ma, soprattutto, per la rumorosa assenza di politiche continentali come quella sanitaria, per avallare nomine nei consigli di amministrazione delle società di Stato.

Così come per il “corona virus” abbiamo assistito ad una sistematica convocazione dei Consigli dei Ministri  presso gli Uffici della Protezione Civile, così l’urgenza del riavvio della macchina dello Stato per l’attivazione delle opere pubbliche strategiche dovrebbe  trasferire tutte le competenze e le decisioni operative in materia di investimenti alla Presidenza del Consiglio. La terapia dei 50 Commissari, dei 10 Commissari, è un antidolorifico  e non un antidoto alle nostre endemiche malattie: è necessario che un unico organismo, preposto responsabilmente alla gestione di una simile operazione, assuma, per un arco temporale di 180 giorni, tutte le competenze e tutti i distinti ruoli necessari per “decidere”, necessari per “sottoscrivere gli atti contrattuali”, necessari per “superare i vincoli locali”, necessari per “garantire l’attivazione della spesa e le possibili anticipazioni”. Non siano, quindi, i Commissari i responsabili di ogni azione realizzativa ma sia un organismo stabile, presso la Presidenza del Consiglio, a seguire e superare, almeno per il primo semestre, tutte le criticità che si presentano sistematicamente proprio nella delicata fase di avvio della macchina.

È utile ricordare infine che per l’emergenza del ponte Morandi a Genova e per la emergenza del “corona virus” non si è fatto ricorso a figure esterne all’impianto istituzionale: per il ponte di Genova è stato nominato il Sindaco e per il “corona virus” è stato scelto il capo della Protezione Civile. Nel caso delle infrastrutture, dove siamo in presenza di circa una dozzina di interventi diffusi nell’intero territorio nazionale, ripeto fino alla noia, non ha senso eleggere una dozzina di Commissari ma è utile solo un catalizzatore forte presso la Presidenza del Consiglio capace di assumersi tutte le responsabilità, soprattutto quelle politiche e, al tempo stesso, in grado di superare ogni intralcio all’avanzamento delle opere.

2 commenti

    1. Pienamente d’accordo. Avendo per molti anni gestito le fasi attuativi dei programmi complessi in Emilia-Romagna, rilevo che a fronte di programmi falliti o revisionati fino a metterne in discussione il ruolo e le finalità nel processo di piano e nelle politiche di riqualificazione urbana, la tendenza è stata quella di motivarne le ragioni con la crisi del 2008 come alibi a carenze strutturale( gestione, management, valutazione ecc.) già intuibili nella fase di montaggio di questi strumenti. Poi la crisi che certamente colpito duro( sul piano dell’offerta immobiliare e di capacità di riconversione dei patrimoni in forme più flessibili e adattive anche con modalità incrementali), ha fatto emergere carenze e lacune che andrebbero restituite al confronto. In questi casi, l’alibisimo, si frappone alla necessità di analisi delle criticità( non cogliendo o by-passando le lezioni delle esperienze) e di conseguenza la ricerca di soluzioni rimediali e di più efficaci modelli organizzativi.

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