IL MARE NON HA CONFINI

In una intervista pubblicata sull’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica 23 febbraio scorso, lo storico David Abulafia precisa: “Va ridisegnata radicalmente la nostra mappa mentale del mondo: le vie acquatiche sono state molto più importanti di quelle terrestri nella vicenda della umanità. Popoli antichi che non avevano gli strumenti di navigazione riuscirono ad attraversare il Pacifico: oggi la proiezione globale della Cina ha significativi precedenti”. È un concetto che spesso abbiamo sottovalutato perché convinti che le espansioni attraverso i collegamenti terrestri fossero più facili e, al tempo stesso, coinvolgessero un numero sempre più rilevante sia di persone che di merci,  ma quello che, addirittura, ci è sembrato più congeniale ai popoli che sceglievano le vie acquatiche era l’utilizzo degli itinerari del mare Mediterraneo, l’utilizzo cioè di un Mare molto più simile ad un bacino lacustre, un mare che era quasi chiuso con una porta di ingresso a Gibilterra e quindi con un punto critico che rappresentava una soluzione di continuità tra un ambito identificato ed una realtà, quella dell’oceano Atlantico, da “scoprire”. È inutile richiamare il ruolo che la civiltà fenicia ha avuto proprio negli scambi, nei rapporti, nella movimentazione di merci nel Mediterraneo. In fondo abitando in un territorio in cui oggi si estende il Libano, cioè in una stretta lingua di terra fra l’Asia e l’Africa, chiusa tra le montagne a est e il mar Mediterraneo a ovest era quasi scontato un rapporto dominante con il mare. Un territorio veramente molto stretto: la distanza massima tra roccia e mare è di 50 Km. Queste caratteristiche hanno influenzato la civiltà fenicia ad abbandonare l’agricoltura.

Per questo la fortuna di questo popolo fu il mare, che permise loro di dedicarsi principalmente al commercio e di vivere per molti anni nel lusso. Negli anni del loro massimo splendore, i fenici fecero molte conquiste e – nell’area del bacino Mediterraneo – arrivarono praticamente dappertutto, anche in Italia. Li troviamo infatti a “Panormo” (Palermo) e “Trapana” (Trapani), a Cagliari in Sardegna, a Ibiza e Gadir (Cadice) in Spagna, a Tunisi e Cartagine in Africa, a Tripoli e Beruta (Beirut) in Libano. E poi a Malta, Creta, Cipro e in molti altri luoghi. Ebbene, questa disponibilità a interagire con quello che allora era il pianeta conosciuto, portò i Fenici ad una invenzione importantissima, quella dell’alfabeto. Furono loro, infatti, ad inventare il codice da cui derivò direttamente l’alfabeto greco e che poi, attraverso vari passaggi storici, contribuì a creare il nostro. L’alfabeto fenicio non aveva le vocali, che furono inventate successivamente, dai greci, che le trasmisero all’alfabeto etrusco, poi a quello latino e quindi al nostro.

Questa naturale evoluzione della civiltà mediterranea trovò quindi nel mare e non nell’impianto terrestre il vero catalizzatore delle forme di crescita e di sviluppo e, senza dubbio, dopo quattro millenni ci rendiamo conto della grande capacità imprenditoriale di questo popolo ma al tempo stesso riconosciamo che il Mediterraneo poteva, per dimensioni, ritenersi “accessibile” e, soprattutto, poteva definirsi un vero ambito territoriale ricco di civiltà consolidate; mentre non riusciamo a capire e ad interpretare quello che è avvenuto nell’Oceano Pacifico di cui conosciamo le vere evoluzioni solo nell’ultimo secolo.

Un oceano grande circa 180 milioni di Km2 in cui ci sono tanti mari secondari come il Mar di Bering, il Mar di Ohotsk, il Mar del Giappone, il Mar Giallo, il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale, il Mar dei Coralli, un oceano che però ha assunto grande valore economico-strategico a partire dall’apertura del Canale di Panama, avvenuta circa un secolo fa; la sua rilevanza è cresciuta dopo la Seconda guerra mondiale, sia per lo sviluppo industriale del Giappone e dell’Australia, sia per l’importanza acquisita dalla costa occidentale degli USA, come per la crescente potenza della Cina. Oggi il traffico si svolge su numerosissime linee di navigazione marittima.

In territorio cinese grandi porti sono Shanghai, Hong Kong, Canton, Nanchino, Tianjin; sulle coste giapponesi Chiba, Kobe, Nagoya, Yokohama e Osaka; nelle Filippine Manila; nell’Indocina Ho Chi-Minh e Giacarta nell’isola di Giava. Nel continente australiano si trovano Sydney e Melbourne, per nominare soltanto i maggiori; nella Nuova Zelanda Wellington. Sulla costa americana settentrionale Vancouver, San Francisco e Los Angeles. Valparaíso e Iquique, sulla costa cilena, sono notevolmente inferiori a quelli precedentemente nominati. Nelle isole dell’Oceania il più importante porto è Honolulu nelle Hawaii.

A differenza del Mediterraneo nell’oceano Pacifico tante singole portualità e non tante realtà Paese, tanti HUB trasportistici e non tante identificazioni socio – economiche.

Ho voluto fare questi generici e senza dubbio superficiali confronti storici e geo-economici su questi due Mari, uno dimensionalmente piccolo, il Mediterraneo, e uno dimensionalmente enorme, il Pacifico, per dimostrare che è solo ridicolo innamorarsi ancora del concetto di “confine” ed è davvero puerile illudersi che le reti terrestri siano una condizione chiave per generare sviluppo.

Per questo motivo dovremmo cominciare ad affrontare in anticipo una contrapposizione storica tra il sistema acquifero caratterizzato dall’oceano Indiano, dall’oceano Atlantico e del mar Mediterraneo e quello caratterizzato dall’oceano Pacifico e simulare cosa potrebbe accadere con una esplosione delle relazioni tra la Cina e i Paesi del Nord, del Centro e del Sud America. Già oggi queste interazioni avvengono e il trend è in crescita ma non abbiamo adeguatamente affrontato una nuova ipotesi evolutiva, una interazione più forte e più sistematica tra due coste del Pianeta che ritenevamo lontane e poco disponibili ad interagire.

Forse un simile approfondimento ci farebbe scoprire il nuovo teatro economico del pianeta.

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