QUANDO SI DECIDE DI FARE QUALCOSA SI RIESCE A FARLA: L’ESPERIENZA DEL VIADOTTO DI GENOVA

Dal 2015 in poi gli interventi nel comparto delle infrastrutture sono stati praticamente inesistenti e le motivazioni della stasi sono da imputare o:

  • ad una chiara volontà del Governo di non dare attuazione a nessun intervento in conto capitale per trasferire le risorse sui provvedimenti relativi al versamento di “80 euro ai salari bassi”, al “quota 100” e al “reddito di cittadinanza”
  • ad una difficoltà procedurale nell’affidare i lavori a causa di un Decreto Legislativo (il 50/2016 prima e il 56/2017 dopo) antitetico al corretto avanzamento concreto delle gare di appalto
  • al vincolo imposto dal Decreto Legislativo 93/2016 attraverso il quale si è passati dalla logica della “competenza” a quella della “cassa”, per cui le risorse disponibili erano e sono solo quelle previste nell’annualità corrente

Una emergenza, quella legata al ponte Morandi di Genova, ha invece annullato questi vincoli e di fronte ad un dramma così forte lo Stato italiano ha identificato un itinerario che ha prodotto risultati encomiabili.

Questo ha dimostrato che quando si vuole si può ed ha aperto un ampio e motivato dibattito sulle motivazioni che ormai da oltre cinque anni hanno reso il comparto delle costruzioni privo di iniziative, privo di attività realizzative. Sappiamo senza dubbio le cause di una simile stasi e siamo anche in grado, come fatto prima, di identificare dettagliatamente gli strumenti e anche gli attori che direttamente o indirettamente sono stati responsabili di simili iniziative. Vorrei fare una chiara distinzione tra chi per una pura scelta ha ritenuto opportuno non fare determinati interventi da chi invece ha preferito destinare le risorse, previste per la realizzazione di interventi infrastrutturali, per dare attuazione a norme tipicamente clientelari come “80 euro ai salari bassi”, il “quota 100” e il “reddito di cittadinanza”. In fondo è da apprezzare di più chi per una chiara volontà politica ha deciso con atti formali dichiarati anche in Parlamento il blocco di opere quali l’asse ferroviario Torino – Lione, il Terzo Valico dei Giovi sulla linea ferroviaria AV/AC Milano – Genova, l’asse ferroviario AV/AC Brescia – Verona – Vicenza – Padova, il nodo ferroviario di Firenze, la Gronda autostradale di Genova, il nodo autostradale di Bologna, la Trans Adriatic Pipeline (TAP), la condotta di idrocarburi dello giacimento di Tempa Rossa, la riqualificazione funzionale dell’impianto siderurgico di Taranto. Senza dubbio questa volontà politica è stata sconfessata dai pareri formulati dall’Avvocatura Generale dello Stato che ha dimostrato che il blocco di tali opere avrebbe prodotto un contenzioso rilevante e ingestibile, ma almeno va riconosciuta allo schieramento politico 5 Stelle la capacità di denunciare una condotta di pensiero legata essenzialmente ad un chiaro convincimento: il mondo delle costruzioni è un mondo malavitoso e ogni risorsa finalizzata alla realizzazione di opere infrastrutturali è un sistematico trasferimento di risorse pubbliche a imprese che perseguono finalità prive di una coerenza etica.

L’altro schieramento, quello che dichiara mediaticamente la volontà di fare e che nulla fa per dare concreta attuazione ad atti programmatici definiti addirittura contrattualmente, commette invece, a mio avviso, una grave scorrettezza in quanto invoca strumenti trasparenti, invoca atti programmatici carichi di impegni e di risorse da utilizzare nel prossimo futuro ma poi tutto rimane annuncio.

Quindi nel primo caso il confronto con lo schieramento 5 Stelle non solo è più facile ma, non nascondendo un retro pensiero, produce solo un misurabile ed immediato blocco del PIL in quanto non genera SAL (Stati Avanzamento Lavori) e contestualmente esaspera la crisi del comparto delle costruzioni (negli ultimi otto anni 120.000 imprese sono fallite e 600.000 unità lavorative si sono perse).

Questa, quindi, è una chiara, ripeto, responsabilità politica che in breve tempo ha prodotto anche un crollo del consenso verso lo schieramento 5 Stelle; invece nel secondo schieramento politico, quello che ha preferito motivare la stasi invocando la non praticabilità degli strumenti adottati (stranamente adottati dallo stesso schieramento), invocando il ricorso a strumenti come il project review, a strumenti come il Codice Appalti (voluto sempre dallo stesso schieramento), come le manovre finanziarie di fine anno (Legge di Stabilità) e di metà anno (Assestamento di Bilancio), come l’analisi costi benefici per la conferma della validità delle opere programmate, ha prevalso la logica del non fare e siamo rimasti spettatori delusi di azioni mai attuate. Tutte azioni che nei fatti hanno non solo bloccato la infrastrutturazione organica del Paese ma hanno reso possibile l’attuazione di provvedimenti di corto respiro e che non hanno fatto aumentare i consumi e, cosa ancor più strana, non hanno prodotto un adeguato consenso elettorale.

Vorrei che il lettore si convincesse che in questo confronto emerge un triste comportamento di chi ricopre oggi un ruolo non nel Governo ma nel Parlamento: un conflitto tra due identità politiche che non hanno adempiuto al mandato che gli elettori hanno in loro riposto: il perseguimento di un risultato strategico mirato alla crescita ed allo sviluppo e non una difesa di principi utili per rafforzare i propri interessi di gruppo, le proprie logiche utili per mantenere inalterato un falso potere.

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