RICOSTRUIRE GLI OGGETTI È FACILE RICOSTRUIRE LE IDEE È DIFFICILE FORSE IMPOSSIBILE

Mauro Magatti, professor di sociologia alla Università Cattolica di Milano, nel suo editoriale sul Corriere della Sera dell’8 aprile scorso dal titolo “Capire quale società dobbiamo ricostruire”, precisa: “Non facciamoci illusioni. Non ci basterà né sarà possibile semplicemente tornare al passato. Il problema che abbiamo davanti è sì quello di ricostruire, ma in assenza di macerie. È perché non ci sono ponti, strade e case distrutte che occorre capire quale società edificare. Tenere aperte le imprese è vitale, ma ugualmente decisivo è capire dove e come investire per rigenerare una economia che non potrà che essere diversa da quella che abbiamo conosciuto”. Sono rimasto colpito dalla profondità di tale considerazione e forse per la prima volta è crollato il mio approccio da ingegnere civile ai fenomeni socio – economici. In realtà la mania pianificatoria, a volte valida a volte mediocre, che ha caratterizzato la mia generazione ha sempre fatto riferimento ai segni “fisici”, alle incisioni sul territorio di conferme o di reinvenzioni di reti infrastrutturali rispondenti alle esigenze di una domanda sempre più esigente e sempre più legata a parametri di crescita potenziale o reale. In realtà eravamo convinti che la crescita avrebbe avuto sempre un gradiente positivo e che gli scenari di ciò che definivamo “futuro” avrebbero avuto sempre bisogno di una offerta infrastrutturale sempre più ampia e complessa.

In fondo ricostruivamo o a valle di una guerra, o a valle di un evento sismico, o a valle di un nubifragio e utilizzavamo dei parametri pianificatori criticabili ma senza dubbio coerenti a logiche consolidate nel tempo. Eravamo in grado di ridisegnare degli assetti urbani, degli assetti anche relativi a vaste aree territoriali cercando sempre un riferimento con un passato che rimaneva per noi sempre un rifermento non modificabile, un riferimento capace di caratterizzare nel tempo le evoluzioni o le involuzioni di un determinato assetto socio economico. Invece ha ragione il professor Magatti in questa nuova esperienza prodotta dalla pandemia non solo non è sufficiente, ma direi inutile, un approccio programmatico o pianificatorio che identifichi il futuro con parametri o con logiche che, in pochi mesi, sono state messe in discussione dalla virulenza di una pandemia che ci sta lasciando come eredità la coscienza che sono cambiate integralmente tutte le categorie con cui molte generazioni sono cresciute. Non riusciamo ancora a convincerci che sono venuti meno i canoni programmatici e previsionali che avevano supportato sempre le generazioni dell’ultimo secolo nel produrre ipotesi di rilancio sociale ed economico.

Quindi noi tecnici amanti dei programmi essenzialmente infrastrutturali dobbiamo cedere il passo ai sociologhi e per questo, sempre nell’articolo del Corriere della Sera, dovremmo seguire subito il consiglio che Magatti dà a conclusione del suo articolo: “Dopo queste settimane, non basterà dire alla gente di darsi da fare. Alcuni reagiranno in modo iperattivo. Molti, invece, non ne avranno la forza. Per tornare a vivere occorrerà credere di nuovo nel futuro, darsi un perché. Una partita che si vince solo sbloccando le persone, rimotivandole e, soprattutto, creando condizioni favorevoli alla ebrezza generativa della libertà. E questo sarà particolarmente vero per gli under 40.”. Anche Magatti denuncia la esigenza di un futuro ma giustamente fa presente quale possa essere lo strumento capace di rincorrere un possibile nuovo futuro: rimotivare le persone.

Questa indicazione poteva essere fatta solo da un sociologo dello spessore di Magatti e, forse, lo spirito di coesione, lo spirito eroico esploso in tanti comparti del mondo del lavoro (medici, infermieri, vigili del fuoco addetti alla logistica, forze dell’ordine) testimonia che la motivazione legata alla salvezza di una altra persona ha reso possibile la ricostruzione di un obiettivo vitale per una moltitudine di persone che ha creduto tanto in una simile finalità da rischiare la propria vita. Nessuno di noi immaginava che il nostro Paese disponesse di una quantità di persone ricche di una carica di altruismo così forte e così capillare. Non sarà facile, però, identificare e costruire motivazioni così forti dopo questa fase critica specialmente perché non possiamo dimenticare che, proprio negli ultimi anni, nel nostro Paese i vari Governi che si sono succeduti hanno praticamente spento ogni giusta motivazione utile per costruire quelle che chiamiamo “condizioni di crescita”.

Come è possibile rimotivare coloro che vivono nel comparto delle costruzioni quando ormai negli ultimi sei anni non si è riusciti a far partire nessuna infrastrutturazione organica e neppure si è dato corso alla tanto più volte richiamata attività manutentiva, riuscendo solo a far fallire 120.000 imprese edili.

Come è possibile rimotivare coloro che vivono nel comparto della logistica, in particolare quelli preposti alla gestione della nostra offerta portuale quando, specialmente nell’ultimo quinquennio, non si è fatto nulla per consentire interazioni funzionali fra il porto e le realtà retroportuali.

Come è possibile rimotivare coloro che vivono nelle città dell’Abruzzo e del Lazio colpite dal terremoto del 2016 e ancora prive di una attività mirata alla ricostruzione delle realtà urbane distrutte.

Come è possibile rimotivare coloro che vivono all’interno di tante realtà industriali non supportate dal Governo nelle fasi congiunturali dell’ultimo quinquennio o, come nel caso del centro siderurgico di Taranto, illuse dal Governo con annunci di rilanci rivelatisi impraticabili.

Come è possibile rimotivare coloro che vivono all’interno di una Società come l’Alitalia in cui il Governo da ormai quattro anni non riesce a trovare soluzioni adeguate di reinvenzione funzionale.

Purtroppo la “rimotivazione” dobbiamo autoprodurla, come è esplosa quasi fosse dote innata in coloro che in modo eroico combattono il Corona Virus, così speriamo esploda in coloro che ancora amano questo Paese.   

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