IL TRASPORTO AEREO DISTRUTTO DALL’ATTUALE PANDEMIA. UN FENOMENO CHE LASCIA UNA GRAVE EREDITÀ

È scomparsa una modalità di trasporto che univa il mondo e lo univa ridimensionando, in modo sostanziale, la categoria del tempo e, soprattutto, rendeva sempre meno incisivo il concetto di confine, il concetto di spazio chiuso e bloccato. Prendiamo come riferimento i dati che riguardano l’Italia e, purtroppo, sono gli stessi dati che caratterizzano il crollo della domanda a livello mondiale. Gli aeroporti italiani si avviano a chiudere il 2020 con una perdita di circa 2 miliardi di euro (dati Assaeroporti). In settembre i passeggeri sono stati il 69,7% in meno dello stesso mese del 2019. Assaeroporti precisa che le cifre riportano il settore indietro di 25 anni, cioè al livello del 1995. A soffrire di più sono i voli extra Unione Europea, con un crollo del 91%; altrettanto marcata la contrazione del traffico all’interno della Unione Europea (- 78%) mentre più contenuta quella dei voli nazionali (- 46%). In realtà, almeno per l’Italia, si prevede di chiudere l’anno con un valore di 58 milioni di passeggeri (- 70% rispetto ai 193 milioni del 2019) e con un crollo dei movimenti aerei del 68% e del 33% per quanto concerne le merci; gli analisti del settore ritengono che questa serie di dati possa considerarsi valida per l’intero pianeta. Secondo Aci Europe, l’associazione europea dell’intero comparto, una ripresa del traffico sui livelli pre-Covid è prevedibile solo dopo il 2025.

In realtà questa crisi virulenta innestata dalla pandemia nel comparto dei trasporti ha spento i successi raggiunti in oltre un secolo nel comparto delle interazioni intercontinentali ed ha riscoperto una modalità di trasporto delle persone, quella via mare, che avevamo, anno dopo anno, dopo la seconda guerra mondiale dimenticato del tutto. In realtà una lunga fascia generazionale aveva ridimensionato la categoria dello spazio esaltando quella del tempo ed ora è costretta a riscoprire ed utilizzare una modalità che per i passeggeri era rimasta solo legata alla offerta croceristica, alla offerta di occasioni legate alla offerta turistica. Inoltre, sembra quasi paradossale assistere alla crisi in Unione Europea del Trattato di Schengen, non possiamo dimenticare quanto sia stata combattuta e dibattuta la fase che ha portato alla sua sottoscrizione (oltre 14 anni) e non possiamo dimenticare che il raggiungimento di un simile obiettivo rendeva possibile la “libera circolazione delle persone, delle merci e delle idee”. Ebbene mai avremmo immaginato nel 1995 (data della sottoscrizione ampia) che le difficoltà le avremmo incontrate non nelle procedure e nella difficoltà nei controlli dei transiti quanto nel crollo proprio della mobilità, nel crollo della domanda.  

Ma secondo molti tutto tornerà come prima dopo il 2025; io, invece, non credo che ciò accada perché, solo a titolo di esempio, la tragedia delle due torri a New York del 2001 ha praticamente modificato in modo sostanziale le caratteristiche funzionali del trasporto aereo, le ha cambiate nei controlli, le ha cambiate nelle logiche assicurative, le ha cambiate nella organizzazione delle tipologie delle  infrastrutture aeroportuali, le ha cambiate anche in termini di garanzia delle tecnologie a bordo degli aeromobili.

Il Covid con l’avvento del vaccino eviterà la creazione di nuovi comportamenti? Io penso di no. In realtà eravamo ormai tutti convinti di essere diventati immuni da forme epidemiche; eppure nel ventesimo secolo si sono verificate tre pandemie influenzali: nel 1918, 1957, e 1968, che sono identificate comunemente con il nome di Spagnola, Asiatica e Hong Kong. Sebbene non classificate come pandemie, tre importanti epidemie si verificarono anche nel 1947, nel 1977 e nel 1976. Quindi una pandemia così estesa a scala mondiale e con una elevata carica di contaminazione il mondo non la viveva da oltre quaranta anni e la cosa più grave è che anche la epidemia “Ebola” creò nel 2016 11.300 morti ma le vittime si verificarono in Liberia, Sierra Leone e Guinea. In realtà fu un fenomeno forte ma circoscritto.

Quindi, quello che stiamo vivendo, sta, giorno dopo giorno, rafforzando il convincimento che non solo non siamo immuni ma che difficilmente, in futuro, lo saremo perché un vaccino ci riporterà nella normalità ma stiamo capendo che le epidemie maggiori non mostrano una periodicità o caratteri prevedibili e differiscono l’una dall’altra.  Le pandemie influenzali, ossia l’apparizione di nuovi virus influenzali che si trasmettono da uomo a uomo e contro i quali la maggior parte della popolazione non è immune, si manifestano in un modo irregolare. La variabilità genetica dei virus del tipo A (antigen-shift), genererà anche in futuro nuove varianti virali, contro le quali la maggior parte della popolazione non è immune. Prevedere il momento dell’apparizione di un tale virus non è possibile e di conseguenza anche l’arrivo della prossima pandemia. Questa naturale preoccupazione rimarrà nel tempo creando due imprevedibili risultati: uno legato alla rivisitazione delle abitudini acquisite nel tempo, l’altro legato alla crisi irreversibile di una ampia filiera produttiva.

In merito al comparto delle abitudini ritengo utile ricordare che ormai era diventata una prassi normale vivere sistematicamente a Roma e andare una volta a settimana o due volte al mese a Londra per motivi di lavoro o recarsi, sempre per lavoro, con la stessa frequenza raggiungendo città come Hong Kong, come Pechino, come New York partendo da Milano, da Roma e anche da città dimensionalmente più piccole; stessa cosa avveniva per gli spostamenti con finalità turistiche. Queste abitudini, ripeto, sia per quanto concerne le attività professionali, sia per coloro che utilizzano l’aereo per finalità turistiche, non scompariranno del tutto ma si ridimensioneranno sostanzialmente perché rimarrà il rischio, rimarrà la paura di un imprevedibile ritorno di fenomeni pandemici. In realtà il regalo che la evoluzione tecnologica e scientifica aveva dato alla intera umanità in termini di “libertà nella fruizione del pianeta” viene in parte riportato alle vecchie logiche in cui le distanze erano vincoli sostanziali nella crescita e nello sviluppo dei mercati, nella crescita e nello sviluppo dei processi economici. Ma mentre questo delle abitudini genera una riduzione sostanziale della domanda di trasporto, quello che si genera nell’ampia filiera del sistema produttivo del comparto aereo è di gran lunga più preoccupante. Abbiamo due forti crisi innestate una sugli scali aeroportuali, l’altra sulla produzione di aeromobili.

Sugli aeroporti penso sia sufficiente la dichiarazione dell’Amministratore Delegato dell’aeroporto di Napoli Capodichino Barbieri il quale parla a nome dell’intero sistema aeroportuale italiano e precisa: “Siamo attestati ad un calo del 73 – 74% sul 2019. Considerando le cancellazioni di prenotazioni già annunciate per il peggioramento della situazione epidemiologica prevediamo una chiusura a fine anno con un – 80% del traffico e quindi con – 80% dei ricavi”: Dichiarazioni identiche le ha fatte il gestore dell’aeroporto di New York, di Francoforte, di Monaco, di Parigi. Dopo un crollo del genere la possibile normalità tornerà forse, come detto prima, nel 2024, nel 2025 avendo però generato tanti licenziamenti, tanti fallimenti ed è impensabile che agli attuali gestori privati subentrino operatori pubblici.

Sulla produzione di aeromobili richiamo i dati della più grande industria mondiale, cioè la Boeing: alla fine del 2019, dopo tanti anni di produzione, la Società aveva ricevuto 24.000 ordinazioni e consegne per circa 18.500 aeromobili; Boeing è una azienda che nel 2019 ha fatturato circa 77 miliardi di dollari e ha dato lavoro a circa 150.000 unità; ebbene se dovesse crollare la domanda, se il ricorso a voli di corta, media e lunga distanza non dovesse seguire l’incremento annuale degli ultimi quindici anni pari ad una soglia del 5 – 6% con punte anche dell’8% ma si dovesse attestare ad una soglia non superiore, nel migliore dei casi, al 2%, allora crollerebbe un filone industriale di altissimo livello con soglie di eccellenza tali da essere, a tutti gli effetti, il riferimento trainante del sistema tecnologico più avanzato.

Concludo dicendo che è come se la pandemia, colpendo queste abitudini consolidate delle generazioni del terzo millennio, avesse modificato, in modo irreversibile, i connotati tipici di ciò che per anni chiamavamo “crescita”, chiamavamo “sviluppo”.

3 commenti

  1. Tutto chiaro,purtroppo.Ma potevamo continuare ad immaginare,uno sviluppo senza fine?
    Non sono un partigiano della “decrescita felice” ma qualche misuratore dello sviluppo diverso dal PIL,o almeno degli addendi che finora concorrevano a misurarlo, forse è arrivato il momento di immaginarlo.

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