QUANTI ERRORI ABBIAMO COMMESSO E COMMETTIAMO NON ASCOLTANDO I DEMOGRAFI

Da molti anni i demografi ci ricordano che il crollo delle nascite e il forte ridimensionamento del numero di abitanti non è solo una grave anomalia nei processi di crescita e di evoluzione dell’intero sistema socio economico ma è anche, e soprattutto, un cambiamento irreversibile dell’intero assetto economico del Paese, ma l’elemento che ritengo utile affrontare è quello relativo a ciò che diventerà nell’arco di pochi anni, addirittura forse solo dieci, l’urbano, la città. Mi riferisco non tanto alle grandi aggregazioni urbane quanto a quelle che hanno attualmente una soglia di abitanti compresa tra 20.000 e 30.000 abitanti. Per questa fascia di realtà cambierà, in modo sostanziale, una serie di interazioni con i vari servizi attualmente ritenuti indispensabili quali quelli legati alla scuola, alla mobilità, all’acquisto di beni di consumo, alla sanità.

In merito alla scuola è utile affrontare una volta per tutte il cambiamento degli spazi destinati alle attività didattiche e una contestuale rivisitazione degli spazi utilizzabili per un numero di funzioni completamente nuove quali: incontro sistematico tra docenti e famiglie e tra le stesse famiglie, aree destinate a dibattiti e a mostre, aree destinate a ricerca e ad approfondimenti su specifiche tematiche. In realtà il contenimento rilevante delle presenze (oltre il 25% di presenze in meno nei prossimi venticinque anni) impone non solo una rivisitazione dell’impianto architettonico degli edifici ma anche una nuova caratterizzazione professionale dei soggetti preposti alla gestione delle singole realtà scolastiche, non saranno solo insegnati ma anche operatori culturali e catalizzatori di interessi sociali mirati alla crescita culturale e professionale delle fasce giovani  e meno giovani della città.

In merito alla mobilità non possiamo non soffermarci non tanto sulla sostanziale riduzione degli spostamenti causata sia dal ridimensionamento delle presenze, sia dal cambiamento sostanziale di alcune “abitudini”: l’uso dell’auto privata, l’uso di mezzi a due ruote, l’uso di mezzi pubblici sarà completamente reinventato; l’ambiente riceverà rilevanti vantaggi soprattutto in termini di emissioni di CO2 e di polveri sottili ma sarà necessario che i soggetti preposti alla gestione della mobilità siano in grado di garantire una offerta coerente con le aspettative di questo nuovo teatro socio – economico. Va in proposito ricordato che tutto questo imporrà un cambiamento sostanziale nella caratteristica dei mezzi pubblici non solo come caratteristica tipologica ma anche come articolazione delle frequenze. Inoltre la rete dei collegamenti tra realtà urbane vicine e tra queste ed i grandi centri subirà un cambiamento che sembrerà rivoluzionario: ad esempio penso verrà meno il riferimento al concetto di “residenza”; in realtà si potrà abitare in più realtà urbane, in ciò che chiameremo “ambito dell’abitare” e che disporrà di reti di trasporto che consentiranno una continuità sistematica ed efficiente tra i vari nuclei urbani, ma questo annullerà l’attaccamento che ognuno di noi ha per le proprie origini? Assolutamente no! la identità del proprio riferimento residenziale rimane sempre intatto in quanto riferimento non modificabile del proprio luogo di nascita, del proprio luogo di aggregazione familiare ma i momenti della propria vita si svolgeranno in realtà fisiche diverse e non più ripetitive e sistematiche. Questo, quindi, cambierà non solo le abitudini degli spostamenti ma anche le modalità di approvvigionamento dei prodotti alimentari e di quelli no – food. In realtà assisteremo ad una vera reinvenzione strutturale di ciò che definiamo logistica capillare della distribuzione e la scoperta dello smart working e la esplosione della digitalizzazione ridimensioneranno ciò che oggi chiamiamo pendolarismo.

In merito alla scuola è necessario riconoscere un merito della pandemia: ci ha fatto scoprire quanto sia necessario reinventare non il calendario didattico, non le ormai consolidate logiche di insegnamento ma gli spazi, le ubicazioni, le funzioni sociali dei plessi scolastici. Sarà necessario, di fronte ad un sempre più forte contenimento del numero degli studenti, identificare nuove funzioni degli spazi scolastici addirittura ipotizzando nuclei autonomi di ricerca¸ nuclei formati da gruppi di studenti della scuola media superiore. Bisognerà forse dare vita a delle foresterie capaci di consentire soggiorni temporanei di studenti all’interno delle sedi scolastiche. Bisognerà trasformare le biblioteche in centri di diffusione culturale non solo per gli studenti interni ma anche per coloro che vivono all’interno di questo nuovo tessuto connettivo di piccoli e medi centri urbani. In fondo sono tentativi per coinvolgere una fascia di età non più giovane; in realtà è come se offrissimo di nuovo occasioni di ritorno a scuola di classi di età superiori ai 18, ai 50, ai 70 anni di età e non per apprendere ma per ritrovare riferimenti capaci di mantenere in vita una società sempre più indefinibile e, soprattutto, non più articolata secondo le tipologie classiche: giovane, matura, anziana.

Per capire i motivi di queste mie considerazioni ritengo utile leggere quanto detto ultimamente da Alessandro Rosina e da Fabio Tamburini su “Il Sole 24 Ore” proprio in merito al grande imprevisto demografico italiano degli ultimi dieci – quindici anni. “L’Italia è un Paese demograficamente moribondo. Lo sembrava già prima della grande crisi del 2008. Addirittura a partire dal 2015 la popolazione italiana inizia a diminuire anticipando un trend negativo che lo scenario centrale delle previsioni ISTAT con base 2011 collocava solo a partire dal 2042. Secondo tali previsioni le nascite dovevano mantenersi su livelli superiori a 500.000 mentre nel 2014 il dato rilevato risultava già sotto tale livello e nel 2019 siamo addirittura arrivati a quota 420.000 e sempre l’ISTAT prevede che a causa della pandemia le nascite scenderanno sotto la soglia di 400.000. Tamburini leggendo questi dati riportati da Rosina dice che con questi indicatori l’Italia è un Paese in agonia e preoccupa un dato ormai scontato: “fra quindici anni quasi un italiano su tre avrà oltre 65 anni”.

La demografia è una scienza esatta e quindi la previsione o le previsioni che oggi stiamo leggendo ci impongono di ridisegnare il nuovo Paese che accoglierà questa fascia generazionale e di non illudersi che si sia in grado di adottare provvedimenti capaci di modificare questa tendenza ormai irreversibile. È vero siamo stati poco attenti agli allarmi, alle denunce dei demografi e quindi oggi cerchiamo almeno di, utilizzando le loro previsioni, evitare una vera degenerazione del futuro, un vero crollo dei livelli socio economici raggiunti. Lo so non è e non sarà facile ma una volta tanto crediamo in chi ci racconta un futuro possibile vero.

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