STIAMO ASSISTENDO AD UNA COMMEDIA DI EDUARDO DE FILIPPO

È davvero strano che il Disegno di Legge di stabilità 2021 contenga una norma sulla decontribuzione nel sud e, sempre nel provvedimento, si precisa che tale scelta può diventare operativa solo a valle dell’autorizzazione della Unione Europea; ma ancora più strano leggere che la Unione Europea sta istruendo la norma e la cosa ancor più strana è che in Commissione Bilancio alla Camera è stato ridotto l’importo destinato a tale finalità per un valore di circa 2 miliardi di euro. In realtà il Governo sta illudendo per due volte il Mezzogiorno, una prima volta inserendo nel disegno di legge di stabilità una norma che è soggetta ad una autorizzazione delle Unione Europea, una seconda volta ridimensionando questa scelta e, quindi, togliendo risorse al Mezzogiorno.

Leggendo questi ridicoli equilibrismi mi viene alla mente la commedia di Eduardo De Filippo “Non ti pago”. La trama di tale commedia si articola su un particolare evento che accade in casa di Don Ferdinando Quagliuolo; don Ferdinando è il titolare una ricevitoria del lotto nella quale lavora anche Mario Bertolini, fidanzato di sua figlia Stella, ragazzo dalla fortuna sfacciata che Don Ferdinando non sopporta. Quando un giorno il ragazzo diventato il marito della figlia e residente nella stessa casa del suocero dice di aver vinto un ricchissimo terno al lotto, grazie ai numeri che gli aveva dato in sogno il padre di Don Ferdinando, succede un putiferio. Infatti Don Ferdinando era convinto che suo padre aveva dato in sogno i numeri al genero per puro errore; in fondo ribadiva Don Ferdinando il genero con la figlia abitavano nella sua stessa casa. Ed è davvero interessante seguire il confronto tra Don Ferdinando e l’avvocato incaricato della denuncia al genero di appropriazione indebita della vincita.

Sembra davvero una storia impossibile tipica della intelligenza viva di Eduardo, altrettanto impossibile è la storia della cosiddetta decontribuzione del Sud. Con la legge di bilancio l’esonero parziale (30%) dei contributi previdenziali e assistenziali a carico dei datori di lavoro privati per i lavoratori dipendenti, scattato sperimentalmente tra ottobre e dicembre 2020, sarà prorogato in automatico fino al 30 giugno 2021 in virtù del Quadro temporaneo UE sugli aiuti di Stato ma dopo servirà l’autorizzazione di Bruxelles. La decontribuzione è prevista in misura del 30% fino al 2025, del 20% nel 2026 e nel 2027 e del 10% nel 2028 e 2029. Secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze per coprire la misura servono 4 miliardi dal 2021 al 2025 e 2,65 miliardi nel biennio successivo e 1,3 miliardi nel 2028 e 2029. Ebbene un emendamento, approvato in Commissione Bilancio alla Camera riduce però la quota di copertura per il 2021 e 2023 che era stata individuata a valere sul Fondo europeo React Eu (ancora non disponibile). Il taglio che il Governo intende comunque ripianare con fondi statali è di circa 2 miliardi per il 2021 e di 1 miliardo per l’anno successivo.

Quindi siamo in presenza di un Governo che, come nella Commedia di De Filippo, crede in risorse che non esistono, crede in autorizzazioni della Unione Europea che ancora non ci sono, crede in un contenimento di risorse assegnate al Sud ma ancora non disponibili. E mi chiedo come mai un grande e convinto assertore della operazione come il Ministro del Sud Giuseppe Provenzano abbia creduto e sostenuto una simile proposta che in realtà rischia di trasformarsi in un boomerang negativo per il Mezzogiorno, e mi chiedo anche come mai il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anche lui meridionale, abbia potuto immaginare una simile operazione e, ancora più grave, come mai il Ministero dell’Economia e delle Finanze abbia potuto dare parere favorevole all’emendamento in Commissione Bilancio.

Nasce automaticamente la esigenza di conoscere quante sono state le aziende che hanno utilizzato una simile norma nel periodo ottobre – dicembre 2020 e quanto saranno quelle che si pensa accederanno ad una simile decontribuzione nei prossimi anni. Infatti finora tutto rimane solo una semplice dichiarazione di buona volontà. Come è possibile credere in una norma che è vincolata ad un parere della Unione Europea, come è possibile credere che la Unione Europea possa accettare una simile deroga; infatti mentre potrà essere difendibile la fase sperimentale di tre mesi varata con legge nel settembre 2020, diventa indifendibile una deroga così lunga.

In realtà, quindi, stiamo vivendo all’interno di una commedia di Eduardo De Filippo o di Scarpetta e stiamo scoprendo delle procedure e delle impostazioni normative che non avremmo immaginato mai di dover vivere; perché appare evidente che trattasi di atti che nell’arco non di un anno ma fra soli sei mesi, quando il Parlamento prenderà visione della manovra relativa all’assestamento di bilancio e cioè entro il 30 giugno del 2021, produrranno una serie di effetti, una serie di anomalie finanziarie e una serie di fallimenti procedurali davvero imperdonabili. Infatti la Unione Europea non riterrà possibile la “decontribuzione” al Sud e forse saremo anche costretti a pagare una penalty per la norma che ha consentito sperimentalmente la decontribuzione nel periodo ottobre – dicembre 2020. Questa superficialità, a mio avviso, questa preoccupante incapacità, produrrà nel breve periodo un crollo della credibilità della Unione Europea nei confronti del nostro Paese.

Questo crollo di credibilità avviene, purtroppo, in un momento particolare infatti la definizione del Recovery Plan si incrocia con quella dei Fondi strutturali della politica di coesione comunitaria; nel 2021 prenderanno il via sia i finanziamenti del Recovery Fund, sia i fondi strutturali relativi al ciclo di programmazione del bilancio europeo 2021 – 2027. Cioè due distinti polmoni finanziari: quello relativo al Programma 2021 – 2027 in cui ci accostiamo con un handicap iniziale, quello di dover spendere entro il 2023 la quota di 30 miliardi di euro del Programma 2014 – 2020 non ancora speso e quello relativo al Recovery Fund a cui ci si può accedere solo anticipando un articolato sistema d riforme e per quanto concerne il comparto delle infrastrutture attraverso la presentazione di elaborati progettuali supportati da una dettagliata elencazione delle fasi realizzative e dei relativi tiraggi finanziari.

Ebbene, questa nuova fase in cui stiamo scoprendo una Unione Europea disposta sì a garantire adeguate risorse ma a ricoprire, a mio avviso giustamente, un ruolo diverso dal passato in quanto mirato non alla assegnazione, non alla definizione programmatica, ma alla reale capacità di attivazione della “cassa”, un ruolo che giustamente il Commissario Gentiloni ha, come da me riportato in un precedente blog, precisato in modo eccellente: “ il Next Generation Eu non è un fondo comunitario come gli altri, non è cioè un fondo che viene erogato e può essere speso o meno; con Next Generation Eu il finanziamento è debito comune e viene erogato due volte l’anno con decisioni proposte dalla Commissione, nella misura in cui si raggiungono degli obiettivi e dei tempi, quelli inseriti nei piani che vanno approvati dal Consiglio”. Un Consiglio che sin dal primo momento ha ricordato a tutti i Paesi, ed in modo particolare al nostro, che le due condizioni chiave per accedere ed ottenere le risorse del Fondo, sia a fondo perduto che come prestito, sono l’avvio concreto delle riforme e la reale capacità della spesa.

Bisogna prendere atto che è cambiato, in modo integrale, l’approccio della Unione Europea; in parte a causa della emergenza legata alla pandemia e in parte per una diffusa abitudine, soprattutto del nostro Paese, a non spendere nei tempi previsti le risorse assegnate dai fondi strutturali, non è cambiato invece il nostro approccio e questo è grave; infatti per quanto concerne il Recovery Fund il Governo ed i vari Dicasteri competenti continuano ad inseguire liturgie legate alla elencazione di progetti, alla elencazione di priorità, alla definizione di norme per l’utilizzo delle risorse stesse per coprire interventi già realizzati o in corso di realizzazione, cioè continuano a non rispettare un preciso codice comportamentale che in più sedi e con distinti atti formali la Commissione europea ha notificato al nostro Paese. Mentre per quanto concerne i Fondi Strutturali di cui al Programma 2021 – 2027 siamo ancora legati alle logiche dei Piani Operativi Nazionali (PON) e dei Piani Operativi Regionali (POR), siamo cioè legati a procedure che, per una serie di difficoltà incontrate dalle varie Amministrazioni competenti, sia nella fase di redazione, di approvazione dei progetti e di messa in gara degli stessi, non consentiranno neppure la attivazione della spesa entro il 2023 dei richiamati 30 miliardi non spesi.

Forse è arrivato il momento che, senza intaccare minimamente il Titolo V° della Costituzione, il Governo e, in particolare i Dicasteri competenti, chiariscano alle Regioni che la definizione delle scelte infrastrutturali sia di competenza regionale che nazionale non può essere affrontata e decisa interpretando le varie proposte all’interno di distinte camere stagne, non possono essere vissute in fasi temporali distinte, non possono fare riferimento a soggetti ed amministrazioni non legate da un congiunto atto contrattuale che ne definisca le responsabilità reciproche.

So benissimo che un cambiamento del genere non potrà avvenire in tempi brevi perché in realtà compromette delle abitudini e delle prassi che sono diventate, anno dopo anno, riferimenti portanti della politica nell’uso delle risorse comunitarie; una politica basata essenzialmente sulla possibilità di “annunciare” scelte e impegni privi però di una misurabile ed effettiva capacità attuativa delle stesse. In fondo, come abbiamo avuto modo di verificare in questi cinque anni nel comparto delle infrastrutture si è preferito assicurare solo l’impegno a realizzare gli interventi senza però realizzarli e sono andate avanti solo le opere avviate negli anni passati con la Legge Obiettivo. In passato i Governi non privilegiavano copioni teatrali come quello da me richiamato prima, nell’ultimo quinquennio hanno scoperto che la infrastrutturazione organica fa crescere il Paese ma non fa crescere il consenso; il consenso cresce elargendo contributi come gli “80 euro” o “il reddito di cittadinanza”.

Penso che tutti ci rivolgiamo sistematicamente un quesito: quando ci sveglieremo e non crederemo più in questa meschina cabala, quando capiremo che quegli impegni programmatici, quelle assicurazioni sulle opere da realizzare fanno parte di una teatralità utile solo per sorridere? Io sono sempre più convinto che questo accadrà fra pochi mesi quando la Commissione europea ed il Comitato economico finanziario esamineranno il nostro Recovery Plan; solo allora ci sveglieremo e scopriremo che “quei numeri avuti in sogno non erano vincenti”.

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