MA IL NORD DEL PAESE SA QUANTO È FONDAMENTALE IL MEZZOGIORNO PER LA SUA CRESCITA? FORSE NO!

No, non credo perché, almeno cinque Regioni (Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto ed Emilia Romagna) sono sempre state convinte che, in fondo, le aree meridionali del Paese fossero vere zavorre per la crescita non dell’intero Paese ma, soprattutto per la crescita di questa macro regione che da sempre ha creato condizioni essenziali solo per la propria crescita. Se analizziamo le politiche portate avanti da ognuna di queste cinque Regioni scopriamo che sia i Piani di Trasporto Regionali, sia i vari atti programmatici strategici tengono conto essenzialmente delle potenzialità e delle possibili evoluzioni presenti all’interno di ogni realtà regionale del Nord. Faccendo alcuni esempi: la produzione agro alimentare siciliana di aree come Pachino o Vittoria in Sicilia impiega 14 – 18 ore per raggiungere aree del Nord dove essere sottoposta ad una specifica fase caratterizzata sia dal packaging, sia dall’inserimento organico nei mercati. L’arco temporale di 14 – 18 ore utilizzando il trasporto su strada mentre per ferrovia la fascia temporale supera addirittura le 40 – 60 ore. La motivazione di tale fascia temporale lunga oltre ad essere dovuta all’assenza di una continuità territoriale tra la Sicilia ed il continente è da ricercare nella assenza di infrastrutture stradali e ferroviarie adeguate alle esigenze della domanda di trasporto ed alla assurda dislocazione logistica sia delle aree di produzione, sia di quelle di aggregazione della domanda. Questo “fastidio” logistico è un misurabile danno per le imprese del Nord e quindi per i possibili margini che, nella ulteriore trasformazione dei prodotti, tali imprese potrebbero ottenere dai mercati

Analizzando attentamente i percorsi e le provenienze di alcuni prodotti agro alimentari si scoprono dei veri paradossi: tonnellate di olio provenienti dalla Tunisia e sbarcate nel porto di Napoli o di Salerno, hanno, in termini di tempi e di costo della logistica, costi più vantaggiosi di prodotti analoghi provenienti dal Mezzogiorno. Altro esempio è quello relativo alla offerta turistica dell’intera area meridionale; una realtà che in termini paesaggisti e culturali incide per oltre il 50% nella offerta turistica del Paese e che, quindi, diventa una vera occasione, una vera convenienza strutturale che il Mezzogiorno offre alla economia del Centro Nord che da sempre gestisce i “pacchetti turistici” del Sud e in tal modo utilizza la offerta e la qualità turistica del Sud per incrementare il proprio Prodotto Interno Lordo. Questi esempi non voglio denunciare uno “sfruttamento” del Nord nei confronti del Sud ma solo la miopia nel non sostenere le scelte infrastrutturali strategiche ubicate nel Sud. 

Questo confronto però finora non è stato fatto mai; in proposito l’allora Consigliere di Amministrazione della Cassa del Mezzogiorno Pasquale Saraceno più volte, con vari atti programmatici, aveva suggerito la possibilità di dare vita ad un confronto sistematico tra le due aree del Paese per costruire insieme tutte le possibili condizioni che erano alla base di un tessuto socio economico nuovo, un tessuto non più ghettizzato da logiche geografiche, Sud, Centro e Nord. Forse l’ipotesi di Saraceno nasceva anche dal convincimento che sarebbe stato utile dare vita a vere Società per Azioni formate, addirittura, dalle Regioni Puglia e Veneto, dalle Regioni Liguria e Molise, dalle Regioni Sicilia e Friuli Venezia Giulia. Analogo discorso oggi andrebbe fatto tra alcune realtà portuali come il Porto di Napoli e quello di Ravenna o il Porto di Taranto e quello di Livorno o La Spezia. Sono tutte iniziative che sicuramente sconvolgono, in modo forte e sostanziale, le logiche con cui, finora, abbiamo considerato ed analizzato gli ambiti territoriali e i relativi referenti politico – istituzionali; aggiungo che nella maggior parte dei casi gli elaborati progettuali e le fasi legate alle varie autorizzazioni sono vissute tenendo conto di riferimenti istituzionali locali spesso supportati da strumenti normativi diversi e, soprattutto, per la componente urbanistica ed ambientale, spesso antitetici.

Sicuramente quello che si sta cercando di proporre, quello che si sta tentando di costruire è ampiamente rivoluzionario e forse è una iniziativa che inizialmente non troverà ampi consensi ma queste naturali forme di cambiamento diventeranno, nel tempo, il lievito di un sistema Paese non più caratterizzato da indicatori davvero inaccettabili come il più volte richiamato PIL pro capite, come i livelli occupazionali, come la scarsa partecipazione delle Regioni del Sud nella formazione del Prodotto Interno Lordo del Paese.

Per poter convincere tutti coloro che inizialmente vedranno queste proposte, queste innovazioni come atti rischiosi e privi di convenienze per le singole realtà territoriali, sarà necessario prospettare, forse per la prima volta, quanto peserà, nei prossimi anni, nella crescita delle realtà del Paese ubicate soprattutto nella parte settentrionale, l’intero Mezzogiorno e quanto si sia ormai vicini ad una misurabile irreversibilità proprio dei processi di crescita o di decrescita di parti del Paese che mese dopo mese, anno dopo anno stanno perdendo storiche rendite di posizione. Forse non ci stiamo rendendo conto che questa azione di attacco a tutte le categorie consolidate del Sud, a tutte le forme di approccio alla tematica “Mezzogiorno”, necessariamente annullerà competenze, schieramenti politici, organismi consolidati che, in modo gattopardesco, dal dopo guerra ad oggi hanno preferito assicurare al Sud la immagine dell’assistenzialismo.

Penso che questo nuovo modo di leggere ed interpretare il Mezzogiorno andrebbe portato avanti da tutte le Regioni del Mezzogiorno in modo unitario perché solo in tal modo verrebbe meno proprio il non sarà mai in grado di formulare proposte con un respiro così ampio, con un respiro riformatore che in realtà persegue una finalità che per settanta anni, cioè dalla istituzione della Cassa del Mezzogiorno, avevamo preferito ignorare perché convinti fosse solo una idea utopica.

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