O CAMBIAMO INTEGRALMENTE I NOSTRI COMPORTAMENTI, I NOSTRI FALLIMENTARI MODI DI GESTIRE LA COSA PUBBLICA O PERDIAMO L’UNICA ED ULTIMA OCCASIONE PER LA CRESCITA

“Coloro che qui a Bruxelles hanno avuto modo di esaminare la bozza di proposta italiana mi dicono che non c’è correlazione alcuna tra le dichiarazioni di buona volontà e gli strumenti capaci di dare concreta attuazione a simili impegni. Un simile comportamento non è coerente con quanto più volte precisato nelle nostre Linee Guida”. Forse questa o qualcosa di simile immagino sia stata la sintesi del colloquio del 24 aprile tra la Presidente Ursula Von der Leyen ed il nostro Presidente Draghi.

In realtà l’elenco delle buone intenzioni, contenuto nell’ultimo testo di PNRR, non è quello che dal mese di luglio dello scorso anno ci ha chiesto sistematicamente la Unione Europea. Non è quello che, in modo davvero semplice e quasi elementare, ci ha descritto in una riunione formale nel nostro Parlamento il Commissario europeo all’economia Paolo Gentiloni.

A parte le riforme che non è sufficiente impegnarsi a fare o anticipare nelle linee generali, ma le scelte operative non possono essere, addirittura, accennate e non esplicitate; mi riferisco, in particolare, alle opere del comparto infrastrutture per la mobilità.

L’ermetismo del documento è, purtroppo, dovuto alla paura che ad una attenta verifica da parte della Unione Europea emerga, in modo chiaro, la inconsistenza della maggior parte delle proposte e che le riforme annunciate siano solo, come avvenuto specialmente negli ultimi sei anni, semplici annunci utili solo per illudere coloro che, da sempre, sperano che arrivi qualcuno che trasformi davvero questi impegni, queste promesse in atti compiuti. Io faccio parte di quel gruppo di persone che ritiene che Mario Draghi possa cambiare questa triste abitudine degli annunci e sono anche convinto che proprio il Presidente Draghi sia scontento, sia critico sul prodotto dell’ultima edizione del Recovery Plan e sono sicuro che quando presenterà la proposta a Bruxelles lo ridisegnerà integralmente e, addirittura, come già fatto da altri Paesi, forse chiederà un rinvio di almeno 30 giorni per caratterizzare meglio la proposta e per raccontare in modo trasparente che per almeno il primo anno il nostro Paese dovrà, almeno per le proposte presenti nel comparto delle infrastrutture per la mobilità, affrontare e risolvere la fase progettuale ed autorizzativa in modo da poter raccontare e difendere proposte progettuali misurabili, progetti, cioè, supportati da fasi realizzative e, quindi, identificabili da specifici Stati di Avanzamento Lavori (SAL).

Il Presidente Draghi sa benissimo che nel nostro Paese ci sono capacità ed eccellenze professionali in grado di progettare e realizzare in poco tempo opere complesse e impegnative come la ricostruzione del viadotto di Genova e sa anche che in quei casi i vincoli burocratici non hanno senso e questa carica, questa spesso inimmaginabile capacità scatta solo nell’emergenza, scatta nelle fasi critiche del tessuto socio economico; ebbene, penso che il Presidente Draghi racconterà quanto prima quale sia davvero la nostra emergenza e penso convincerà l’attuale maggioranza atipica a vivere un intero anno dedicato solo, ripeto solo, a non perdere questa irripetibile occasione. Una occasione in cui potremo:

-finalmente rivedere e superare i nostri vizi, le nostre lungaggini nella redazione dei progetti e nella realizzazione delle opere;

– finalmente azzerare il folle ingorgo delle false competenze ministeriali e ragionare ricorrendo ad un nuovo contesto amministrativo;

– finalmente abbandonare la logica degli schieramenti, la logica dei gratuiti provincialismi;

– finalmente smettere di rinviare o di non affrontare quelle anomalie che da sempre hanno incrinato la crescita, mi riferisco ai tunnel senza uscita della Giustizia civile e penale, ai vincoli spesso insuperabili della Corte dei Conti, dell’ANAC

Sarebbe davvero una pazzia perdere questa occasione e sono sicuro che il Presidente Draghi quanto prima ci racconterà cosa potrà essere di questo Paese e quindi di noi tutti se non risponderemo, con la logica della forte emergenza, ad un simile impegno; gli scostamenti al Bilancio che ormai in modo sistematico vengono approvati dal Parlamento non saranno più indolori ma avvertiremo subito il loro peso sui nostri salari, sulle nostre pensioni, su tutto ciò che caratterizza i nostri bilanci familiari.

Quindi, tutto ciò che riguarderà direttamente o indirettamente l’attuazione del Recovery Plan seguirà necessariamente un itinerario completamente diverso e autonomo. In realtà:

– non avranno senso i pregiudizi di questo o quel Dicastero;

– non avranno senso i vincoli gratuiti del territorio, non di quelli di natura ambientale ma di quelli legati agli interessi localistici e alle pregiudiziali sollevate da schieramenti politici che purtroppo motivano la propria esistenza incrinando l’avanzamento delle opere;

– non avranno senso i contenziosi non motivati sollevati dal mondo delle costruzioni spesso solo per tentare di ribaltare delle aggiudicazioni invocando errori procedurali supportati da un Codice Appalti che per le opere del Recovery Plan non dovrebbe più avere senso

Sono sicuro che questa prospettazione articolata in due distinte aree: quella della denuncia evidente dei rischi che il Paese incontra in assenza di urgenti e convinti cambiamenti e quella della esposizione analitica e dettagliata delle azioni e delle decisioni che dovremo prendere subito, sia la condizione obbligata che il Presidente Draghi dovrà gestire in prima persona.

Lo so non sarà facile cambiare le abitudini di chi gestisce la cosa pubblica e non lo sarà soprattutto per coloro che, negli ultimi sei anni, hanno preferito, in modo incosciente, bloccare l’intero comparto delle infrastrutture, in modo particolare quello del Mezzogiorno, producendo un danno diretto di almeno 8 punti di Prodotto Interno Lordo. So anche però che questa è una occasione generazionale, perderla significa compromettere per almeno trenta anni le condizioni socio economiche del Paese.

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