IL CONCETTO DI RESPONSABILITÀ CI CONSENTE DI DISTINGUERE LA POLITICA SANA DA QUELLA “INUTILE” E DANNOSA

Penso sia utile soffermarsi a lungo su quanto detto dal Presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo intervento a Bologna in occasione della intitolazione dell’aula magna della “Bologna Business School” a Nino Andreatta. Draghi in particolare ha ricordato una frase di Andreatta che, a mio avviso, testimonia quanto sia difficile per un politico assumere scelte impopolari: “Prendere decisioni necessarie anche quando impopolari, le cose vanno fatte perché si devono fare, non per avere un risultato immediato” ripeteva Nino Andreatta e Draghi nel suo intervento ha precisato “la politica di allora non lo ascoltò, lo emarginò e i risultati di quella scelta scellerata sono davanti a noi e oggi dobbiamo ricaricarci di senso di responsabilità, non solo verso l’Europa ma verso noi stessi e le nuove generazioni, abbiamo il dovere di spendere le ingenti risorse del programma Next Generation Eu in maniera efficiente ed onesta. E di avviare un percorso di riforme

Il Presidente Draghi parla di “politica di allora” in realtà negli ultimi sei anni l’atteggiamento di irresponsabilità non solo è continuato ma, addirittura, è esploso in modo ancor più grave; in questi ultimi sei anni si è preferito, nel caso del comparto delle costruzioni, utilizzare le risorse disponibili per tre distinte finalità, come gli 80 euro destinati ai salari minimi, il reddito di cittadinanza e il quota 100, tre distinte finalità che hanno fagocitato annualmente un volano superiore a 14 miliardi di euro, tre distinte finalità che, secondo i Governi che si sono succeduti sempre dal 2015 al febbraio 2021, avevano solo una precisa e misurabile finalità: aumentare e consolidare il consenso. Ora però stiamo capendo quanto sia “meschina” e miope una simile azione e lo stiamo capendo perché siamo in grado di leggere e capire quanto sia costato al Paese, indipendentemente dalla pandemia, una simile “politica”; in sei anni sono cresciuti due dati, due indicatori che da soli fanno capire quanto sia vera la critica di Draghi, quanto sia vero il monito di Andreatta: 120.000 imprese del comparto costruzioni fallite e 600.000 posti del comparto edile persi definitivamente.  È quindi chiaro che siamo in presenza di un errore strategico gravissimo e che ad una popolarità del breve termine corrisponde una impopolarità del medio e lungo periodo.

– Oggi infatti, man mano che passano gli anni, scopriamo la insoddisfazione di chi ha utilizzato o utilizza il reddito di cittadinanza. In proposito Pasquale Tridico, Presidente dell’INPS, ha dovuto ammettere la sconfitta. In realtà il 66% di quanti stanno percependo il sussidio se ne stanno a casa: il lavoro non è una priorità. Molte di queste persone, oggettivamente, non avrebbero nemmeno i requisiti per essere ricollocate in un momento in cui il mercato del lavoro tirasse e cercasse nuovo personale. Se una persona non ha gli strumenti professionali per essere ricollocato sul lavoro, a poco serve fornirgli un sussidio per starsene a casa. Obbligarlo a fare dei corsi di formazione, ad aggiornarsi, a riqualificarsi: i mesi della pandemia sarebbero stati spesi per creare un lavoratore non dico altamente specializzato, ma almeno con un profilo spendibile sul mercato del lavoro. Illustrando il rapporto annuale sull’attività dell’Istituto di previdenza Tridico ha spiegato che due beneficiari su tre dell’assegno sociale non sono immediatamente rioccupabili. Il “Reddito di cittadinanza” in realtà è stato solo uno strumento di sostegno alla povertà. Un beneficio economico sacrosanto per aiutare chi si trova in uno stato di difficoltà ma sempre spacciato dalla politica del Movimento 5 Stelle come uno strumento di inserimento lavorativo. Niente di più lontano dalla realtà. I due terzi dei 3,7 milioni di beneficiari della misura, pari quindi a 2,4 milioni d’individui, non risultano presenti negli archivi Inps degli estratti conto contributivi negli anni 2018 e 2019, e sono quindi distanti dal mercato del lavoro “e forse non immediatamente rioccupabili” ha spiegato sempre Tridico. Il restante terzo, che invece risulta presente, rivela in media un reddito pari al 12% delle retribuzioni annue medie dei lavoratori del settore privato in Italia, e solo il 20% ha lavorato per più di 3 mesi nel corso del periodo precedente all’introduzione del sussidio, dipingendo quindi un quadro di considerevole esclusione sociale per gli individui coinvolti dalle misure. Infine la distribuzione geografica dei beneficiari – più al Sud e nelle isole che al Nord, con in testa la Campania – per Tridico “non si tratta di un dato particolarmente sorprendente dato che queste regioni sono caratterizzate da bassa occupazione e forte incidenza della povertà”.

– Gli 80 euro di incremento dei salari bassi sono effettivamente arrivati nelle buste paga degli italiani. I dati dell’Istat fotografano anche per questo una spinta sul reddito delle famiglie, salito dell’1,8% tra luglio e settembre 2014, cioè nel primo trimestre di pieno funzionamento del bonus deciso dal governo Renzi. La misura però, dicono sempre le statistiche, per il momento non sembra avere avuto impatti positivi sui consumi, rimasti fermi. Non sono stati sollecitati neppure dal calo dei prezzi. Anzi, con la deflazione, l’ammontare della spesa in euro è scesa invece che lievitare. Le famiglie hanno snobbato l’innalzamento del loro potere d’acquisto, con la spesa che segna una crescita ‘zero’ a livello congiunturale, mentre, sottolinea lo stesso Istat, su base annua registra un “lieve aumento”. Gli italiani ridiventano ‘formiche’ e la propensione al risparmio (la quota dei guadagni accantonata) è schizzata al 10,8%, ai massimi dal 2009. Tutto prima della pandemia. La prudenza ha sicuramente avuto la meglio.

– Il Recovery Plan, nella sua ultima bozza, formalizza l’addio a Quota 100. Si legge nel testo: «In tema di pensioni, la fase transitoria di applicazione della cosiddetta Quota 100 terminerà a fine anno e sarà sostituita da misure mirate a categorie con mansioni logoranti».  Non ci saranno proroghe, dunque, per il modello di pensionamento anticipato introdotto nel 2019 – per 3 anni – che ha permesso l’uscita dal mondo del lavoro per chi aveva almeno 38 anni di contributi e 62 anni di età. Una uscita in massa che ha creato seri problemi nel funzionamento della Pubblica Amministrazione.

Abbiamo bruciato circa 40 miliardi di euro e, dopo sei anni, stiamo misurando quanto sia stata inconcepibile la superficialità decisionale che otteneva un risultato immediato e popolare ma che, a distanza di sei anni, ha praticamente fatto crollare la fiducia nell’intero arco politico del nostro Paese. Non sarà facile per il mondo della politica e delle istituzioni, dopo questo diffuso fallimento gestionale, recuperare credibilità.  

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