NON UN PIANO B MA UN RITORNO ALLE VECCHIE ABITUDINI: UN BILANCIO CONTENUTO ED UN RIPENSAMENTO SULLE SCELTE DEL BREVE TERMINE

Non sono io che ricordo, per la ennesima volta, l’urgenza nell’attuare il PNRR ma questa volta è una voce illustre e, senza dubbio, di altissimo livello istituzionale, mi riferisco alla dichiarazione del Ministro della Economia e delle Finanze Daniele Franco fatte al workshop “Lo scenario dell’economia e della finanza” organizzato da “The European House – Ambrosetti”.

Il Ministro ha ribadito: “Il PNRR, concordato con i partner europei, va essenzialmente bene. Occorre attuarlo, attuarlo, attuarlo. I singoli progetti possono essere ridiscussi, non l’intero Piano. Il rischio è bloccare tutto” e ancora “il PNRR è fondamentale ma non sufficiente in questo momento. Non credo che gli eventi degli ultimi mesi rimettano in discussione questi obiettivi di medio termine che dobbiamo avere – investimenti, produttività ed occupazione – ma rimettono in discussione semmai le politiche economiche nel breve termine. Ma non il nostro obiettivo di medio termine. Allora se il PNRR è coerente con questo obiettivo si può aggiustarlo, discutere sui singoli progetti, ma non vale la pena di disfarlo integralmente. Va rafforzato per l’efficienza climatica e per una maggiore autonomia nazionale” E, sempre nel suo intervento ha precisato che: “Se nel medio termine la prospettiva è il PNRR, nel breve termine si deve guardare al sostegno a famiglie, imprese, interventi sulla diversificazione e riduzione dell’offerta in particolare sul gas. Gli effetti della pandemia si sono molto ridotti ma non sono scomparsi, il traffico aereo è adesso il 50% di quello che era nel 2019. Alcuni effetti della pandemia continuano a persistere. In questo quadro la politica di bilancio deve restare prudente, l’anno scorso abbiamo chiuso con un deficit molto più basso di quello che erano le previsioni precedenti, il deficit quest’anno va ridotto ancora, dobbiamo stare su sentieri della riduzione anche per i prossimi anni”.

Ho riportato integralmente questi passaggi del Ministro perché rappresentano, a mio avviso, un atto di onestà davvero apprezzabile: appare evidente che la richiesta davvero spasmodica con cui riferendosi al PNRR ha praticamente gridato: “occorre attuarlo, attuarlo, attuarlo” testimonia la grave assenza della macchina dello Stato nel trasformare, in quasi due anni, intuizioni programmatiche in elaborati progettuali, in progetti esecutivi, in cantieri, in concreta spesa pubblica. Ed ha ragione il Ministro Franco a distinguere ciò che va fatto nel breve termine e ciò che va fatto nel medio termine; ma quando prospetta la opportunità che lo spazio temporale del PNRR sia il medio termine ammette automaticamente che viene meno l’unica vera forza, l’unica caratteristica innovativa che il PNRR possedeva e cioè la fine, entro il 31 dicembre del 2026, del suo impegno attuativo, non di quello programmatico. In fondo quando il Ministro precisa: “si può aggiustarlo, discutere sui singoli progetti, ma non vale la pena di disfarlo integralmente” automaticamente ammette che la caratteristica di base che la Unione Europea aveva richiesto nelle linee guida del PNRR e cioè la organicità delle proposte e la capacità di dare attuazione all’intero Piano in modo contestuale, scompare e prende corpo, automaticamente, una logica, quella delle scelte pronte, quella dei progetti vicini alla cantierizzazione, vicini ad attivare concretamente la spesa, una logica che riporta il Paese indietro verso un’obbligata preferenza di chi aveva accumulato adeguate progettualità, di chi aveva avviato i lavori e le scelte. Purtroppo, questa capacità nel fare e nell’anticipare non è un abilità del Mezzogiorno, non è una abilità di quella realtà del Paese che, come ho precisato pochi giorni fa, in base a soli due indicatori chiave e che riporto sinteticamente di seguito (la distanza relativa ai servizi socio educativi adeguati al Centro Nord è pari all’89%, nel Sud non supera il 30%, il reddito pro capite nel Centro Nord si attesta sui 38.000 euro con punte in Lombardia superiori ai 42.000 euro, nel Mezzogiorno si attesta su valori non superiori ai 18.000 euro), ha portato la Unione Europea ad assegnare al nostro Paese un volano così rilevante di risorse.

Ebbene, proprio il Mezzogiorno in questo nuovo approccio passerà dalla scelta del fare nel breve termine al medio termine e le uniche opere infrastrutturali che potranno essere mantenute in quanto coerenti al nuovo approccio sono solo un lotto della ferrovia ad alta velocità Napoli – Bari ed un lotto della ferrovia ad alta velocità Palermo – Catania; cioè nel breve termine forse apriremo cantieri, nel Mezzogiorno, per un valore globale non superiore a 4 miliardi di euro. Sicuramente il Governo ribadirà che nessuno mette in dubbio quanto previsto, sempre nel PNRR, per gli altri interventi come l’asse ferroviario ad alta velocità Salerno – Reggio Calabria, come l’asse ferroviario Taranto – Metaponto – Potenza – Battipaglia, ecc. ma queste assicurazioni non solo non convincono più ma, a mio avviso, impongono subito un riesame globale del Piano evitando di utilizzare una procedura che in fondo riconosca nel breve solo la reale capacità di attivare la spesa.

Bisogna avere il coraggio di ammetterlo: la forza e la strategicità del PNRR era proprio, come detto prima, nella identificazione delle data di completamento, cioè nella data del 31 dicembre 2026 e rivedere questa impostazione significa soprattutto ammettere un vero fallimento, un fallimento legato essenzialmente alla congiunta incapacità del Governo Conte II e Draghi nel non aver in quasi due anni consentito l’apertura di nessun cantiere relativo alle opere del PNRR.

Io voglio solo ricordare che nel caso della Legge 443/2001 (Legge Obiettivo) si riuscì in due anni a garantire il supporto finanziario di opere già cantierate per oltre 38 miliardi di euro ed aprire, sempre nei primi due anni, cantieri per circa 19 miliardi di euro di opere solo progettate. Il motivo di un simile successo non è legato solo alla capacità di chi dette concreto avvio alle scelte contenute nella Legge ma anche alla esistenza di un Codice Appalti, quello del Decreto Legislativo 163/2006, che rese possibile in tempi certi l’avvio delle opere.

Penso che sia utile in questa difficile fase non affrontare solo il quadro programmatico del PNRR ma tutte le indicazioni programmatiche che trovano direttamente o indirettamente un coinvolgimento della Unione Europea. Il Governo, in questo ormai obbligato tagliando, in questa convinta rilettura delle scelte compiute due anni fa e non attivate, deve prendere come riferimento il seguente quadro finanziario già ricordato altre volte:

E, sempre il Governo deve prima identificare le cause che non hanno consentito l’avvio non solo e non tanto di quanto previsto nel PNRR pari a 191,5 miliardi di euro ma di quanto previsto nel Fondo di Sviluppo e Coesione, sia 2014 – 2020 che 2021 – 2027, cioè di quanto supportato da un volano di risorse pari a circa 103 miliardi di euro e dopo questa verifica sarà necessario, almeno per le opere infrastrutturali, identificare nuovi organismi, nuovi strumenti.

Bisogna in realtà porsi un interrogativo: come mai tutti i vari Decreti Legge mirati allo snellimento delle procedure non abbiano prodotto alcun risultato, forse non sono le norme ma i soggetti preposti alla loro interpretazione i responsabili di un simile fallimento.

Cerchiamo una volta tanto di essere leali con noi stessi.

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