NON È QUESTA CRISI IMPREVISTA E GRAVE LA CAUSA DI UN FALLIMENTO DELL’AVANZAMENTO DELLE OPERE DEL PNRR SOPRATTUTTO NEL MEZZOGIORNO. SI MUOVANO LE OTTO REGIONI

Evitiamo di giustificare il ritardo nell’avanzamento reale delle opere del PNRR adducendo come motivo la crisi che ha innescato in questi giorni il Movimento 5 Stelle. Voglio evitare che qualcuno ed in modo particolare qualche Ministro invochi questo comportamento davvero preoccupante del Movimento 5 Stelle come una delle cause del fallimento di ciò che da diciassette mesi definiamo come una grande occasione per dimostrare la efficienza dell’attuale squadra di Governo. Questa sensazione, o meglio, questa convinzione sono sicuro è anche del Presidente Draghi, è del Presidente Draghi perché in più occasioni ho notato un sua presa di distanze di fronte ad una serie di dichiarazioni ottimistiche sull’avanzamento di alcune scelte strategiche, di alcuni interventi programmati.

D’altra parte, in più occasioni, ho ricordato che l’unico segnale per dimostrare un concreto avvio dell’intero PNRR non potesse essere solo l’avanzamento delle riforme, la definizione dei programmi, l’assegnazione formale delle risorse alle varie Amministrazioni, l’avvio della fase istruttoria dei progetti ma solo, insisto solo, la cantierizzazione delle opere, cioè il passaggio dalle intuizioni e dalle procedure a ciò che, almeno per il comparto delle infrastrutture, rappresenta il segnale di concretezza soprattutto perché in tal modo si attiva la spesa.

Il PNRR contiene un volano di oltre 120 miliardi di euro per interventi nel comparto delle infrastrutture, un parte rilevante dell’importo globale di circa 209 miliardi di euro ed il Piano Nazionale Complementare ne contiene ulteriori 30,5 miliardi di euro. Ebbene, finora sono stati assegnati ad opere già avviate sin dal 2013 risorse per circa 4 miliardi di euro. È davvero sconcertante che dopo due anni non siano ancora stati aperti cantieri relativi ad opere nuove presenti o nel PNRR o nel PNC.

Ma questa incomprensibile stasi la viviamo anche nelle altre voci programmatiche; mi riferisco alle risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2014 – 2020, sì dei 30 miliardi non impegnati e quindi non spesi e che il 31 dicembre del 2023 rischiamo di perdere, mi riferisco alle risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021 – 2027 dove si è ancora fermi su possibili articolazioni programmatiche.

Nasce, giustamente, un interrogativo: quale sarebbe potuta essere una procedura che in due anni avrebbe potuto consentire l’avvio delle opere, l’apertura dei cantieri? La risposta è semplice: mettere a gara sin dall’inizio tutte le opere inserite nell’elenco del PNRR o del PNC, elenco diffuso in modo dettagliato con relativo importo non dal 20 giugno 2020 ma dal mese di marzo del 2021, cioè da almeno 16 mesi (faccio notare che nel comparto delle infrastrutture 16 mesi sono tanti).

Avremmo oggi consorzi di imprese con i progetti già definiti, avremmo ottenuto oggi già le varie autorizzazioni e per molti interventi avremmo anche i cantieri aperti. Senza dubbio in una operazione del genere la governance di tutto il PNRR sarebbe dovuta risiedere presso la Presidenza del Consiglio; in fondo la Unione Europea ce lo aveva chiesto più volte: la governance del PNRR deve essere unica e non sommatoria di governance inutili.

Come al solito un’ipotesi del genere avrebbe scatenato una miriade di critiche quali: l’affidamento delle opere a consorzi di imprese con la formula dell’appalto integrato avrebbe dato origine ad una esplosione dei costi, avrebbe dato origine ad una assenza di trasparenza, avrebbe assicurato commesse solo per grandi imprese. Nessuno mette in dubbio che questa critica e questa sistematica paura del ricorso ai privati per redigere i progetti e realizzare le opere, questa paura di perdere il ruolo di decisore e di progettista da parte della pubblica amministrazione, sia comprensibile, ma forse un simile comportamento diventa perdente quando trattasi di una storica ed irripetibile emergenza: disporre di un volano di risorse così elevato che si rischia di perdere ormai nell’arco dei prossimi quattro anni.

E questa paura di assenza di adeguata trasparenza cade, a mio avviso, nel ridicolo quando, come ho avuto modo di ricordarlo pochi giorni fa, avremo un Codice Appalti diverso dall’attuale solo forse dopo il secondo semestre del 2023, cioè quando per completare gli investimenti previsti dal PNRR mancheranno solo poco più di tre anni.

Forse sarà opportuno prendere subito una decisone almeno per le opere del Mezzogiorno: inserire nella Legge di Stabilità per i prossimi cinque anni una voce annuale di almeno 7 miliardi di euro in modo da assicurare l’attuazione delle opere previste nel PNRR relative al Mezzogiorno e che non potranno rispettare la scadenza del 31 dicembre del 2026. Questo tentativo l’ho già prospettato mesi fa ma non solo non ha trovato la condivisione da parte di nessun responsabile del Governo ma, cosa ancor più grave, non ha trovato una immediata condivisione da parte delle otto Regioni del Mezzogiorno. L’unico Presidente che ha fatto subito una richiesta formale al Governo e alle Ferrovie dello Stato, cui compete una parte rilevante degli investimenti, è stato il Presidente della Regione Calabria; il Presidente Occhiuto ha chiesto in particolare di conoscere i cronoprogrammi con cui si intende assicurare davvero la realizzazione delle opere e le relative coperture e la previsione di attivazione degli Stati Avanzamento Lavori (SAL).

L’azione però non può essere di un solo Presidente ma ritengo debbano essere tutte le Regioni del Sud pronte a sostenere una simile proposta o qualsiasi altra proposta che eviti non un fallimento annunziato per il PNRR nel Sud ma, addirittura, una irreversibile decrescita, nei prossimi dieci anni, dell’intero Mezzogiorno del Paese.

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