ASSEMBLEA DELLA CONFINDUSTRIA A TARANTO. UNA CONFINDUSTRIA ANCORA ASSENTE, INDIFFERENTE E RICCA DI UN OTTIMISMO LEGATO SOLO ALLA LOGICA DELLA SPERANZA.

Forse qualcuno è convinto che la Puglia sia una Regione sottosviluppata ed abitata da un popolo ignorante, forse qualcuno è convinto che, in particolare la gente del Salento, sia del tutto ignorante e creda ancora nelle favole, forse qualcuno è convinto che la città di Taranto ed suoi abitanti sia una realtà urbana abitata da ignoranti e abituati a credere anche a qualsiasi promessa venga loro fatta. Sono rimasto davvero sconcertato e, al tempo steso, molto preoccupato da quanto detto, in occasione dell’Assemblea della Confindustria a Taranto, dal Presidente Toma (Presidente della Confindustria di Taranto) e dal Presidente della Confindustria nazionale Bonomi, interventi che riporto si seguito nei passaggi più importanti.

Il Presidente Salvatore Toma ha dichiarato: “Taranto è al momento l’unica realtà del Paese in cui convergono, tutte assieme, le potenziali trasformazioni indotte dalla transizione intesa come ambientale, tecnologica, energetica ed economica. Abbiamo il dovere in questa congiuntura, che vede insieme delle difficoltà e delle opportunità, di impegnarci, e parlo di tutti gli attori territoriali dell’area jonica, affinché questa attenzione che arriva dall’Europa ma che sappiamo essere anche dell’attuale Governo italiano, possa essere adeguatamente messa a frutto e capitalizzata. Siamo fortemente convinti che una situazione così complessa si possa affrontare solo con strumenti altrettanto complessi quale è l’accordo di programma. In tale accordo vanno esplicitati gli obiettivi di riconversione e indicati i fabbisogni infrastrutturali e di riqualificazione, i settori dove orientare la riconversione, le azioni da intraprendere, la strumentazione e le risorse finanziarie attivabili, le eventuali proposte normative e amministrative strettamente funzionali alle azioni proposte

Il Presidente della Confindustria Carlo Bonomi ha poi precisato: “L’ex ILVA è tra le priorità da affrontare, abbiamo bisogno di un polo produttivo dell’acciaio non di 3 milioni di tonnellate. Deve crescere, deve essere di almeno 6 milioni. Per questo va fatto il revamping dell’altoforno 5 e vanno mantenuti alcuni impianti. È una transizione che richiederà 10 – 12 anni ma se non facciamo gli investimenti è impossibile pensare di arrivare a questa produzione. Per fare gli investimenti – ha proseguito Bonomi – bisogna risolvere la situazione giuridica

Ora mi chiedo dove erano questi due Presidenti, o meglio dove era la mitica Confindustria quando l’ex Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, nonché Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, poi diventato Ministro degli Esteri, cioè Luigi Di Maio quando, nel ruolo di Ministro dello Sviluppo Economico, modificò il contratto siglato dal precedente Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda con la Società Arcelor Mittal; una modifica inutile che però rese debole lo Stato nei confronti dell’imprenditore indiano Lakshmi Mittal e dove era la Confindustria quando la ex parlamentare del Movimento 5 Stele Barbara Lezzi chiese ed ottenne una modifica a tale strumento annullando la clausola della blindatura penale, una clausola che è stata però alla base di un contenzioso da parte sempre della Società Arcelor Mittal, un contenzioso che ha praticamente posto la parola fine ad ogni possibile forma di ripresa dell’impianto siderurgico.

Io so bene dove era: la Confindustria era sempre convinta che il “futuro” avrebbe risolto una emergenza che ho sempre definito “la bomba sociale più grande e più pericolosa del Paese”.

Il futuro, purtroppo finora non ha potuto assicurare nulla a 25.000 (venticinquemila) tarantini, ai 25.000 salentini che praticamente vivono in una situazione di precariato che non ha alcuna certezza e, soprattutto, inseguono impegni annunciati sistematicamente dall’attuale gestione sulla ripresa dell’impianto, impegni che sono sempre disattesi perché dai 2 miliardi di euro annunciati ai tempi del Governo Conte, si è passati poi a 1,2 miliardi e poi a 680 milioni e poi………speriamo che almeno arrivino davvero i 680 milioni; speriamo cioè che arrivino questi 680 milioni utili, a mio avvio, solo per allungare l’agonia di un impianto siderurgico ridotto a produrre solo 3 milioni di tonnellate di acciaio all’anno.

Ma la Confindustria, che dispone di un Centro Studi che stimo ed apprezzo, non si è accorta che la intera operazione di affossamento del centro siderurgico ha consentito una crescita degli impianti dell’Arcelor Mittal nel mondo? La Confindustria non si è accorta che gli oltre cinque anni di tranquillità nella produzione di acciaio con un sito praticamente inesistente ed incapace di fare concorrenza come quello di Taranto ha fatto crescere in modo imprevedibile la Società di proprietà di Lakshmi Mittal?

Per quanto concerne il Sindacato va dato atto solo alla UIL di aver capito e denunciato questo che definisco uno dei peggiori drammi della nostra storia industriale; un dramma la cui responsabilità va addebitata integralmente al Movimento 5 Stelle ma che ha visto, negli anni passati, anche la Confindustria assente, indifferente e, addirittura, ricca di un ottimismo, lo stesso di quello manifestato nell’Assemblea di Taranto, che è legato solo alla logica dell’annuncio e della speranza.

La Confindustria però sa bene, almeno lo spero, che il mondo della produzione, specialmente il mondo della produzione del nostro Mezzogiorno, non può legarsi alla categoria della “speranza”.

Unico approccio positivo nell’Assemblea di Taranto è stato quello del Ministro Urso che ha precisato: “Taranto merita un approfondimento che faremo insieme ai Ministri che hanno le competenze su questi temi per dare una risposta organica a questo territorio”. Il ricorso alla organicità, il ricorso alla miriade di fattori che hanno praticamente distrutto una grande realtà produttiva non può essere affrontata da un solo Dicastero, non può essere più risolta analizzando solo le criticità del centro siderurgico; è necessaria un’azione che il Governo ed il Parlamento non può più, ripeto, rinviare al “futuro”.

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