QUANTE ILVA, QUANTE PIOMBINO, QUANTE TERMINI IMERESE RIMARRANNO SENZA ALCUNA RISPOSTA

Su diverse testate giornalistiche ormai leggiamo, quasi giornalmente, articoli con i seguenti titoli: “Road map di 15 giorni per la cessione di Piombino a Jindal”, “Duello Invitalia – Blutec: il piano Termini Imerese non parte”, “L’ILVA di Taranto si ferma e invoca sicurezza”. Sono tutte chiare dichiarazioni di una crisi davvero grave che ormai da molti anni caratterizza il nostro sistema produttivo, proprio pochi mesi fa il Ministro Calenda ha dichiarato che occorreva con la massima urgenza redigere un Piano industriale del Paese; ma è davvero preoccupante il voler inseguire emergenze che, protraendosi da oltre un quinquennio, non possono più essere considerate tali. Ad esempio il caso ILVA o il caso Termini Imerese, pur con dimensioni completamente differenti, non possono essere affrontati solo aprendo tavoli di confronto con le organizzazioni sindacali, senza avere il coraggio di ammettere che sono conclusi alcuni cicli produttivi, sono non più accettabili strategie che ormai da tempo sono impraticabili.

Nasce così spontanea una domanda: cosa succederebbe se decidessimo di mantenere la cassa integrazione per i dipendenti di alcuni impianti industriali che non hanno nessun futuro produttivo e contestualmente tentassimo di di costruire altre iniziative produttive completamente diverse da quelle che ostinatamente cerchiamo di difendere?

Se tentassimo, cioè, di abbandonare un percorso che sembra facile, in quanto cerca di dare continuità ad un processo industriale strutturalmente consolidato, per crearne uno completamente diverso e forse più coerente alle esigenze del mercato, più coerente alla fase storica che il Paese vive? Una analisi critica della testardaggine che difende, fra gli altri, i siti di Piombino, Termini Imerese e Taranto, forse ci porterebbe a delle conclusioni più difendibili. Infatti se prendiamo in considerazione i vari scenari citati, la situazione di stallo risulta evidente.

Insistere nel difendere il polo siderurgico di Piombino quando per oltre venti anni, dopo la esperienza Lucchini, ha messo in mostra tutte le “non convenienze”, tutti i costi necessari per una vera reinvenzione dell’impianto per essere davvero competitivo nel mercato internazionale.

Insistere nella difesa dell’attuale impianto siderurgico di Taranto quando i costi per la messa in sicurezza e quelli per il ridimensionamento dei livelli di inquinamento sono elevatissimi e quando la trattativa con gli indiani di Arcelor Mittal ormai da quasi due anni vive una assurda altalena di momenti positivi e di momenti critici, significa non voler ammettere che è solo un vizio concettuale quello di mantenere a tutti i costi un impianto che produce oggi 5 milioni di tonnellate di acciaio e nel migliore dei casi raggiungerà la soglia di sette – otto milioni non riuscendo però ad essere competitivo con impianti più efficienti e non soggetti a vincoli ambientali come quelli posseduti dall’ILVA di Taranto ubicata praticamente all’interno di una città.

Insistere sul mantenimento del nodo industriale di Termini Imerese una volta sito di un impianto della FIAT e poi per motivi di convenienza aziendale abbandonato dalla FIAT in quanto non più coerente alle nuove esigenze del mercato ed alle linee strategiche della stessa azienda.

Si potrebbe continuare ad elencare tanti esempi di effettivo fallimento della nostra politica industriale e per non essere solo un banale lettore di fenomeni, un semplice analista di emergenze, tentare anche di prospettare alcune possibili soluzioni per cercare di cambiare passo, di modificare sostanzialmente l’approccio che, ormai da oltre dieci anni, seguiamo al di fuori di ogni strategia pianificatoria.

Innanzitutto per il mantenimento dei livelli occupazionali basterebbe garantire la “cassa integrazione guadagni” per un arco temporale quasi indefinito per i lavoratori di Piombino, Termini Imerese e Taranto; molti diranno che questa potrebbe risultare una scelta folle in quanto onerosissima, però ad una simile critica la risposta viene da se, già da anni, da moltissimi anni, quasi il 70% degli occupati in tali aree è in cassa integrazione.

Definita questa prima azione legata essenzialmente al grave dramma occupazionale sarebbe necessario avere il coraggio di costruire nell’area industriale di Taranto il più grande campus universitario del Mediterraneo.

Un campus realizzato per l’80% con fondi comunitari, finalizzato alla crescita universitaria dei Paesi del Mediterraneo, dell’Africa e del Medio Oriente. A Termini Imerese e a Piombino potrebbero trovare ubicazione due grandi piastre logistiche; la prima, quella di Termini, potrebbe essere la unica piastra logistica siciliana mirata alla manipolazione, commercializzazione e distribuzione dei prodotti agro alimentari dell’isola; la seconda, quella di Piombino potrebbe essere invece una piastra logistica specializzata nel comparto delle tecnologie avanzate.

Proposte forse utopiche, per alcuni addirittura ridicole, viene da chiedersi però quanto siano concrete e possibili quelle che ormai da decenni vengono ricercate ed applicate per risolvere le emergenze di Termini Imerese, Piombino e Taranto. Quando queste emergenze diventeranno irreversibili sarà troppo tardi per inventarsi soluzioni possibili.

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