Siamo già in ritardo, fra meno di sei mesi disporremo di un nuovo Governo, di un nuovo Parlamento, di una nuova maggioranza e, quindi, assisteremo alla presentazione di un nuovo “programma”.

Non metto in dubbio che sia già scattata la corsa degli uomini nel cercare di essere attori principali di una simile nuova esperienza, al contrario non è ancora scattata la corsa delle “ idee”. Nenni diceva “le idee camminano con le gambe degli uomini”, in realtà spesso le idee preferiscono non utilizzare le gambe degli uomini perché rischiano di cadere e di finire nel nulla.

Forse è giunto il momento per tentare di produrre “idee” capaci di costruire, davvero, un nuovo modo di governare, un nuovo modo di programmare, un nuovo modo di essere riferimento strategico per le reali esigenze del sistema produttivo.

Per questo motivo penso sia utile avviare da subito l’analisi critica di alcune linee di pensiero che, proprio in questi ultimi mesi, hanno caratterizzato il teatro istituzionale.

Comincio con due chiare ed impeccabili dichiarazioni del Ministero dello Sviluppo Economico Carlo Calenda: la prima relativa alla esigenza improcrastinabile di redigere un Piano industriale del Paese, la seconda relativa alla presa d’atto che, a differenza delle varie dichiarazioni ottimistiche dei suoi colleghi di Governo, il nostro Paese non è uscito ancora dalla crisi e che occorrono azioni mirate a trasformare i fenomeni tendenziali di ripresa in assetti economici forti e consolidati. Queste line di pensiero sono completamente diverse da quelle che spesso albergano in alcuni responsabili della gestione della cosa pubblica.

Mi riferisco, in particolare, a titolo di esempio, ad una immagine che spesso la mia generazione ha invocato e che, ultimamente, ha utilizzato anche il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio; in un convegno il Ministro ha ribadito: “L’Italia è il grande molo d’Europa, bisogna sostenere questa vocazione e presentarci come sistema unico. La mia ambizione più grande è quella di far lavorare meglio i porti, intercettare i traffici in aumento dal Mediterraneo e da Suez”.

Questa immagine che invoca, in un certo senso, la fortuna geografica del nostro Paese, purtroppo non possiamo continuarla ad invocare quando nei fatti, nelle analisi sulle evoluzioni della movimentazione nel Mediterraneo è emerso chiaramente che questa rendita di posizione, senza dubbio vera, ormai non ha più senso, non è più attuale.

Pochi giorni fa ho, in modo utopico, lanciato la ipotesi di costruire a Tranato, al posto dell’attuale centro siderurgico, una piastra logistica delle dimensioni di quella di Singapore ed ho ricordato che l’offerta portuale che si sta, anno dopo anno, consolidando nel Mediterraneo è quella caratterizzata da tre impianti portuali: Pireo. Algesiraz e Damietta. Dobbiamo inoltre evitare di cadere in una interpretazione non corretta di ciò che definiamo “la Via della Seta”: il disegno strategico della Cina utilizza si anche il corridoio adriatico ed il terminale Nord Est dell’Italia, ma i veri macro HUB della movimentazione sono ipotizzati a Mombasa e Gibbuti, due HUB in cui effettuare gli interscambi tra navi portacontainer dell’ultima generazione (18.000 – 20.000 TEU) e navi medio piccole (4.000 – 2.000 TEU). Tutto questo sicuramente imporrà una rivisitazione delle caratteristiche funzionali dei nostri impianti portuali. Quindi, invece di ipotizzare un rilancio della nostra offerta portuale legandoci alle tendenze storiche della movimentazione, sforziamoci di capire quali sono le evoluzioni che, nel giro di pochi anni, saremo costretti a subire.

In questi sei mesi che ci separano dal nuovo Governo, auspicherei, attraverso questo blog, di poter offrire una voce fuori campo, una occasione per meditare e confrontarsi su queste linee di pensiero, per supportarle o criticarle, ridimensionando, come nel caso delle dichiarazioni del Ministro Delrio, le possibili aspettative offrendo, invece, la possibilità di produrre ciò che da molto tempo non si è in grado di produrre: idee disposte ad utilizzare le nostre gambe.

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