Da quando ho dato vita a questo contenitore mediatico, quasi con sistematicità mensile, ho ricordato che il Codice degli Appalti, riportato nei Decreti Legislativi 56/2016 e 50/2017, risulta essere illegittimo, in quanto il provvedimento era stato formalmente approvato un mese dopo la scadenza della Delega che il Governo aveva ottenuto dal Parlamento, ma accanto a questa banale constatazione si aggiungono tanti altri rilievi, tra cui quelli più gravi sono relativi al subappalto, tra essi in particolare è utile ricordare le seguenti:

  1. il divieto di subappaltare più del 30% di un contratto pubblico;
  2. l’obbligo di indicare la terna di subappaltatori proposti;
  3. il divieto per un subappaltatore di fare a sua volta ricorso ad un altro subappaltatore;
  4. il divieto per il soggetto sulle cui capacità l’operatore intende fare affidamento di affidarsi a sua volta alle capacità di un altro soggetto;
  5. i divieti per diversi offerenti in una determinata gara di fare affidamento sulle capacità dello stesso soggetto, per un potenziale subappaltatore indicato di presentare a sua volta offerta e per lo stesso soggetto di essere offerente e subappaltatore di un altro offerente;
  6. divieto per gli offerenti di avvalersi della capacità di altri soggetti quando il contratto riguarda progetti che richiedono opere complesse

Accanto a questi rilievi sostanziali ci sarebbero anche alcuni passaggi delle norme che regolano l’obbligo o la possibilità di escludere dalle gare gli operatori non in linea con i requisiti o ritenuti poco affidabili (articolo 80 dell’attuale Codice). Non esente da rilievi sarebbe poi anche il capitolo dedicato ai concessionari.

Ora mi chiedo, come mai l’ANAC non abbia, negli appositi documenti definiti “Linee guida sul Codice Appalti” approvati dal Consiglio dell’Autorità e quindi condivisi anche dal Presidente Cantone, fatto emergere queste anomalie. Tra l’altro questi documenti, anche se privi di ogni rilevanza giuridica, sono stati posti in consultazione al fine di far sì che imprese e pubbliche amministrazioni potessero valutarne l’impatto sul codice, addirittura prima della loro pubblicazione.

Il Presidente dell’ANCE Buia ha subito ribadito: “La decisone della Commissione europea conferma quello che andiamo denunciando da anni e cioè che il Codice Appalti ha completamente fallito l’obiettivo di riportare il settore dei lavori pubblici in Europa con regole semplici, chiare e trasparenti. Non possiamo attendere i tempi di una legge delega di riforma del codice – precisa Buia – servono modifiche urgenti e tempestive per consentire lo sblocco dei cantieri”.

Questa presa d’atto della Unione Europea e i tempi tecnici legati all’iter previsto dalla cosiddetta “procedura di infrazione” sono lunghi e la stessa ipotesi di “Legge delega” invocata in più occasioni dal Governo prevede nel migliore dei casi una fase temporale superiore a due anni. Ho già più volte, sempre attraverso questi miei BLOG, ricordato che il comparto delle costruzioni partecipa per oltre il 12 – 14 %  nella formazione del Prodotto Interno Lordo del Paese; ho ricordato che da quattro anni il comparto è praticamente fermo, ne sono una prova il numero di CIPE effettuati e la spesa dello Stato (circa 6 miliardi di euro contro una soglia minima nel periodo 2008 – 2014 di 5 miliardi all’anno); ho ribadito più volte che le cause dominanti andavano ricercate nella volontà dei passati Governi di trasferire le risorse dagli investimenti in infrastrutture a erogazioni in conto esercizio per i famosi “80 euro” ai salari bassi e nell’assurdo strumento del Codice Appalti.

Ora penso che sia arrivato il momento in cui la Confindustria, l’ANCE e il Sindacato mettano in mora il Governo denunciando quanto sia rilevante il danno che l’intero comparto ha vissuto e sta vivendo; un danno che, se non si vuole diventi irreversibile, va affrontato non con provvedimenti il cui arco temporale è completamente estraneo alla logica della “emergenza”. Mi chiedo se non siano sufficienti questi dati:

  • 000 imprese fallite negli ultimi cinque anni
  • Oltre 400.000 unità lavorative perse, sempre nell’ultimo quinquennio
  • Oltre sette grandi imprese in “concordato preventivo”

per ribaltare ogni atteggiamento attendista, ogni atteggiamento mediatico usato dall’attuale Governo mirato solo a testimoniare un atteggiamento di buona volontà.

In altri momenti questa prolungata stasi avrebbe portato le organizzazioni sindacali e la stessa Confindustria a proclamare uno sciopero generale, ma purtroppo c’è ancora chi crede che il PIL nel 2019 raggiunga la soglia dell’1,5%, c’è chi, addirittura, annuncia un prossimo boom della nostra economia.

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